La crisi della globalizzazione genera disordine e instabilità. In questo contesto di transizione in cui il vecchio mondo sta morendo e quello nuovo tarda a comparire, vengono meno molte certezze economiche, lasciando spazio a fenomeni come il debasement monetario. Si tratta dell’erosione del potere d’acquisto del dollaro, causata dall’espansione della massa monetaria e dalla progressiva monetizzazione dei deficit statunitensi. Questo indebolimento apre un nuovo terreno di scontro tra Washington e Pechino, contrapponendo il dollaro al renminbi (o yuan).
Il debito pubblico americano ha superato la soglia storica dei 40mila miliardi di dollari, con oneri per interessi che oltrepassano i mille miliardi annui. Questa mole di debito, unita all’uso del biglietto verde e dei canali finanziari occidentali come arma sanzionatoria, sta erodendo la fiducia degli investitori istituzionali internazionali, allarmati dai rischi di ritorsione giurisdizionale legati al possesso di asset denominati in dollari.
Un debito sempre meno appetibile
I dati del Dipartimento del Tesoro statunitense confermano questa tendenza. A luglio le partecipazioni estere sono scese a 9.248 miliardi di dollari, evidenziando un disimpegno guidato soprattutto dai Paesi asiatici. Il Giappone ha ridotto le proprie riserve a 1.104 miliardi di dollari, ma è la Cina a mostrare il cambio di rotta più netto.
Il portafoglio di titoli governativi statunitensi detenuto da Pechino è sceso a 618 miliardi di dollari, con una flessione annua dell’11% che porta le consistenze ai minimi dal settembre 2008. Si tratta di un volume più che dimezzato rispetto al picco di 1.300 miliardi toccato nel 2013, epoca in cui la Cina impiegava i propri surplus commerciali per assorbire quasi il 10% del debito federale americano.
Il prosciugarsi di questo capitale paziente costringe gli Stati Uniti ad affidarsi ai flussi speculativi degli hedge fund, la cui esposizione ha superato i 2.600 miliardi di dollari. Finanziare un disavanzo in continua espansione attraverso capitali volatili e fortemente sensibili ai tassi a breve termine amplifica la vulnerabilità dell’intero impianto finanziario americano.
La mossa di Pechino
Forte di un attivo corrente persistente e di attività estere superiori a 8mila miliardi di dollari, Pechino mira a internazionalizzare il renminbi senza però seguire il modello occidentale convenzionale. Storicamente, una valuta egemone si impone aprendo il conto capitale e fornendo liquidità al mondo attraverso deficit strutturali delle partite correnti.
Essendo un creditore netto che non intende liberalizzare i movimenti di capitale né accumulare disavanzi, la Cina ha scelto un percorso particolare, diffondendo la propria divisa ridenominando in yuan i suoi imponenti crediti verso l’estero, grazie al commercio e all’intermediazione delle grandi banche di Stato.
La diffidenza verso l’extraterritorialità delle leggi statunitensi e verso il blocco delle riserve ha accelerato la diversificazione delle valute di regolamento negli scambi mondiali. La quota di merci transfrontaliere cinesi fatturate e saldate in renminbi è balzata dal 12% del 2018 a circa il 30%, portando la moneta cinese a superare l’euro come seconda divisa mondiale negli scambi. In questo processo, la divergenza di politica monetaria ha giocato un ruolo cruciale. Mentre le banche centrali occidentali mantenevano tassi elevati per contrastare l’inflazione, la People’s Bank of China ha abbassato il tasso di riferimento fino all’1,4%.
La presenza di tassi domestici costantemente depressi ha trasformato il renminbi in una valuta di provvista a basso costo (funding currency), spingendo debitori esteri e banche commerciali a indebitarsi in yuan a costi nettamente inferiori rispetto al dollaro.
Sicurezza è autonomia
Per rendere questi flussi impermeabili a eventuali sanzioni o ritorsioni occidentali, Pechino sta edificando un’architettura transfrontaliera del tutto autonoma. Sul fronte dei pagamenti, il Cross-border Interbank Payment System (Cips), dotato di una rete di messaggistica finanziaria indipendente da quella di Swift, ha processato nel 2024 transazioni per 175mila miliardi di renminbi (circa 26.000 miliardi di dollari), connettendo oltre 1.600 partecipanti tra diretti e indiretti in più di 120 Paesi.
Sul versante del regolamento e della custodia dei titoli, la piattaforma OmniClear istituita a Hong Kong opera come un depositario centrale internazionale alternativo a Euroclear, mettendo al riparo la detenzione degli asset offshore dalla giurisdizione europea. Parallelamente, l’avvio delle contrattazioni valutarie offshore nella zona di libero scambio di Shanghai prepara il terreno per un circuito di compensazione dei cambi indipendente dal Continuous Linked Settlement (Cls) occidentale, azzerando il rischio di regolamento bilaterale al di fuori delle piattaforme ancorate al dollaro.
Anche sul piano tecnologico, lo yuan digitale mira a trasformare i pagamenti internazionali. Dal 2026 lo yuan digitale (e-cny) viene trattato come un normale deposito bancario con un rendimento dello 0,05%. Il cambiamento più rilevante riguarda però i trasferimenti transfrontalieri.
Oggi muovere capitali tra diversi Paesi richiede quasi sempre il passaggio attraverso le banche corrispondenti, ovvero intermediari che gestiscono le transazioni in dollari e le assoggettano alle regole statunitensi. L’e-cny scavalca questo collo di bottiglia consentendo regolamenti diretti tra le parti, senza intermediari terzi e al di fuori dei canali tradizionali. Pechino trasforma così la propria moneta nella leva per stringere intese bilaterali con i Paesi del Sud Globale, che attratti da canali alternativi e finanziamenti agevolati possono regolare i loro scambi senza passare dal dollaro, riducendo l’esposizione verso i circuiti finanziari occidentali.
Tra nodi da scogliere e prospettive
Nonostante la capillarità delle infrastrutture, l’uso del renminbi come valuta di riserva e di investimento globale incontra ostacoli strutturali evidenti, restando fermo a poco più del 2% delle riserve valutarie ufficiali. Il sistema alternativo cinese tende a funzionare come un circuito chiuso dove sono entità cinesi a emettere passività, banche cinesi ad acquistarle e piattaforme cinesi a regolarle.
Scoraggiati dai rigidi controlli sui deflussi di capitale, dal rischio di cambio e dai rendimenti reali modesti derivanti dalle pressioni deflazionistiche interne, gli investitori istituzionali esteri hanno progressivamente ridotto la loro esposizione. Tra il 2025 e la prima metà del 2026 i portafogli non residenti in obbligazioni governative cinesi onshore sono scesi del 28%, con vendite nette per oltre 1.250 miliardi di renminbi.
Per arginare questo disimpegno senza rinunciare al controllo pubblico sui flussi finanziari, Pechino ha introdotto correttivi mirati. La People’s Bank of China ha varato la Fima Rmb Repo Facility, uno strumento che ricalca l’omonima facility della Federal Reserve e permette alle autorità monetarie estere di ottenere liquidità a breve termine in renminbi offrendo in garanzia i titoli cinesi in loro possesso, senza doverli liquidare su un mercato secondario domestico ancora privo di sufficiente profondità.
A ciò si aggiunge il lancio dei futures sui titoli di Stato a Hong Kong, indispensabile per consentire ai gestori patrimoniali di coprire il rischio di tasso e di durata del portafoglio.
La “guerra delle valute” si combatte lungo una trincea. Da un lato vi è un dollaro affaticato da disavanzi cronici e da un debito pubblico sempre più dipendente da liquidità a breve termine; dall’altro un renminbi dominante nella fatturazione commerciale e dotato di binari alternativi, ma strutturalmente limitato nella sua vocazione di riserva globale dal rigido perimetro politico e normativo entro cui Pechino custodisce i propri capitali.

