28/09/2026
Stati Uniti e Nord America

La NSS alla prova del Golfo: la dottrina Trump un anno dopo

di Alberto Evangelisti

A un anno dalla National Security Strategy 2025, la frattura con gli alleati e la guerra con l'Iran impongono una domanda: quanto di ciò che è accaduto discende dalla dottrina, quanto dalle emergenze e quanto dallo stile di un presidente. La tesi qui proposta è che la strategia sia stata accelerata in Europa e smentita nel Golfo, e che per l'Italia la distinzione abbia conseguenze pratiche.

Nel dicembre 2025 la Casa Bianca pubblicava la National Security Strategy, un documento che abbandonava il lessico dell’ordine liberale e metteva per iscritto un realismo flessibile fondato sull’interesse nazionale, sul primato nell’emisfero occidentale e su alleanze intese come rapporti di scambio. Su Geopolitica.info se ne erano discusse subito le premesse e le implicazioni globali. A quasi dodici mesi di distanza il quadro è cambiato più di quanto il testo lasciasse prevedere: gli Stati Uniti sono in guerra con l’Iran dal 28 febbraio, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb sono diventati teatri di crisi. Tutto questo mentre i rapporti con il Canada e con buona parte degli alleati europei sono entrati in una fase di attrito aperto.

Per capire se questi sviluppi siano l’attuazione della strategia, una sua sospensione imposta dalle circostanze o il prodotto di tratti propri di questa amministrazione, conviene distinguere tre livelli. Il primo è quello degli interessi strutturali, condivisi da amministrazioni di segno diverso: rilevanti ad esempio la libertà di navigazione nel Golfo affermata dalla dottrina Carter del 1980, la non proliferazione, la sicurezza di Israele, la richiesta agli europei di spendere di più, che Robert Gates formulò a Bruxelles già nel 2011. Il secondo è la dottrina della NSS in senso proprio. Il terzo è il metodo presidenziale, fatto di personalizzazione, coercizione economica verso gli alleati e collegamento tra dossier eterogenei. Il criterio di verifica è necessariamente deduttivo e controfattuale: un’altra amministrazione avrebbe agito allo stesso modo?

Il Golfo, dove la dottrina contraddice se stessa

Il testo della NSS contiene due affermazioni difficili da conciliare. La prima dichiara che i giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana sono «thankfully over» e descrive un Iran già «greatly weakened» dopo l’operazione Midnight Hammer del giugno 2025. La seconda elenca tra gli interessi fondamentali degli Stati Uniti che lo Stretto di Hormuz resti aperto e che il Mar Rosso resti navigabile. La guerra avviata il 28 febbraio 2026 con l’operazione Epic Fury, condotta insieme a Israele e costata la vita alla Guida suprema Ali Khamenei, ha prodotto esattamente l’esito che il secondo principio intendeva scongiurare.

Le conseguenze sono misurabili. Nella prima settimana di conflitto il Brent è salito di oltre il 27%, il gas al TTF ha toccato i valori più alti dall’inizio del 2023 e i premi assicurativi per rischio di guerra sui transiti si sono moltiplicati fino a dieci volte, come ha ricostruito Andrea Renucci. Il 13 aprile Washington ha aggiunto un proprio blocco dei porti iraniani, dando forma a quel doppio blocco che ha spinto il greggio oltre i cento dollari. Le tregue di aprile, giugno e luglio non hanno retto.

La prova controfattuale aiuta a separare i livelli. Il contrasto al programma nucleare iraniano rientra negli interessi strutturali e un’azione militare non sarebbe stata esclusa categoricamente anche da altre amministrazioni. Una campagna di decapitazione del vertice della Repubblica islamica, avviata pochi mesi dopo aver dichiarato chiuso il capitolo mediorientale, appartiene invece al metodo presidenziale, peraltro imitativo di quanto avvenuto in Venezuela, in quel caso con l’arresto di Maduro. In questo caso non si tratta di una deroga imposta da esigenze contingenti, ma dalla creazione di nuove esigenze, generate da una decisione contingente. Nel Golfo la dottrina non è stata sospesa: è stata scavalcata da una scelta politica che ha riportato il Medio Oriente al centro proprio mentre la strategia lo relegava a priorità secondaria.

Da Hormuz a Bab el-Mandeb: la delega ai partner regionali

La crisi del Mar Rosso è una conseguenza di secondo grado. Con Hormuz chiuso, Riad ha spostato le esportazioni sui terminali occidentali, e tra marzo e luglio i volumi transitati da Bab el-Mandeb sono risultati circa otto volte quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. Lo stretto yemenita è così diventato la valvola di sfogo dell’export saudita e il bersaglio naturale degli Houthi, che a luglio hanno dichiarato il blocco del naviglio saudita e l’8 settembre hanno colpito impianti Aramco nel sud del regno.

Qui la NSS trova applicazione piena. Il documento affida la stabilità regionale ai partner locali e riserva a Washington le forniture di armamenti e un sostegno selettivo. Tuttavia, come ha osservato Giovanni Chiacchio, di fronte alle richieste saudite, l’amministrazione ha scelto un appoggio limitato a intelligence e targeting, rinunciando a una nuova campagna diretta dopo i costi delle operazioni precedenti. In sostanza il trasferimento degli oneri ai partner regionali si è realizzato, ma nella forma di una guerra combattuta per interposta persona.

Ne deriva un paradosso. La strategia indicava due stretti come interessi irrinunciabili e li ha visti compromessi entrambi: il primo per effetto di una decisione americana, il secondo come effetto combinato della decisione inerente l’Iran e l’effetto della delega che la stessa dottrina prescrive. La questione è particolarmente rilevante per l’Europa meridionale, visto che da Bab el-Mandeb passa la rotta che collega l’Oceano Indiano a Suez e al Mediterraneo.

Alleanza atlantica e Canada: la crisi come acceleratore

Il deterioramento dei rapporti con gli europei segue una sequenza precisa. Washington ha chiesto agli alleati navi per Hormuz e l’uso delle basi per un conflitto fuori area, non coperto dall’articolo 5. Spagna, Regno Unito, Germania e Francia hanno opposto rifiuti di diversa intensità, come documentato da Al Jazeera. Il 31 marzo il ministro Crosetto ha negato ai bombardieri statunitensi diretti in Medio Oriente l’uso di Sigonella, richiamando gli accordi sulle basi che distinguono le attività soggette ad autorizzazione governativa. Trump ha risposto definendo la NATO una «paper tiger» e ventilando il ritiro.

Teoricamente la richiesta americana contraddiceva la logica della NSS, che chiede agli europei di occuparsi della propria difesa e non di seguire Washington nel Golfo. Paradossalmente quindi, il rifiuto europeo era quindi coerente con il documento e la reazione punitiva appartiene al metodo peculiare di questa amministrazione. La fase successiva torna invece alla dottrina. La revisione della presenza militare in Europa, annunciata da Hegseth a giugno e formalizzata da Elbridge Colby a fine luglio, mira a far assumere all’Europa la responsabilità primaria della difesa convenzionale, come già prevedevano la NSS e la National Defense Strategy del gennaio 2026. In Europa la guerra con l’Iran non ha allontanato gli Stati Uniti dalla strategia, ne ha accelerato l’attuazione offrendo una giustificazione politica a un disimpegno già preannunciato.

Il caso canadese invece mostra la sovrapposizione tra dottrina e metodo. La NSS prevede di riequilibrare i rapporti commerciali anche con Ottawa, e la direzione è quella del testo. L’intensità no: dal 22 agosto sono in vigore dazi del 50% su circa 28 miliardi di dollari di merci canadesi, e il governo Carney ha sospeso un negoziato durato diciotto mesi, rispondendo con contromisure equivalenti. Difficilmente un’altra amministrazione avrebbe trattato così il primo partner commerciale e l’alleato del NORAD. Già a gennaio, a Davos, Carney aveva parlato di una «rottura, non di una transizione». Il tutto con il risultato paradossale di avvicinare il Canada all’Unione Europea. Avvicinamento sfociato con la recente proposta operata da Ursula von Der Leyen di accreditare il Canada come primo membro associato dell’Unione Europea.

La Groenlandia è invece un punto in cui dottrina e metodo coincidono. Il Corollario Trump alla dottrina Monroe nega a potenze esterne il controllo di asset strategici nell’emisfero. Applicarlo al territorio di un alleato, con la minaccia di dazi del 10% contro otto paesi europei poi sospesa dopo il quadro d’intesa di gennaio, significa portare il principio alle estreme conseguenze ed è, anche in questo caso, il metodo peculiare di questa amministrazione.

Ciò che resterà dopo Trump

Applicando i tre livelli, il bilancio si ricompone. Sono strutturali, e probabilmente sopravvivranno a questa amministrazione, la pressione sugli alleati per il 5% del PIL concordato all’Aia, il ridimensionamento della presenza convenzionale americana in Europa e la centralità degli stretti mediorientali, riaffermata dalla guerra contro le intenzioni della dottrina. Sono propri della NSS, e più esposti a revisione, il sostegno dichiarato ai «patriotic European parties» e l’estensione del Corollario a territori alleati. Appartengono al metodo la decapitazione del vertice iraniano, i dazi al 50% contro il Canada e la minaccia di uscita dalla NATO.

Ne emerge che Trump ha cambiato poco la direzione della politica americana e molto il modo di esercitarla. Lo spostamento di attenzione verso l’Indo-Pacifico e l’emisfero occidentale e la richiesta di condivisione degli oneri risalgono almeno all’amministrazione Obama. Il vero paradosso di questo primo anno è che gli interessi strutturali hanno smentito la dottrina proprio nel teatro che la dottrina voleva archiviare.

Per l’Italia la distinzione ha conseguenze operative. Un paese che importa circa il 75% dell’energia che consuma, e che riceveva dal Qatar circa il 30% del proprio GNL, è esposto insieme al disimpegno americano dall’Europa e all’impegno americano forzato nel Golfo. La vicenda di Sigonella ha mostrato che Roma dispone di margini giuridici e politici reali nella gestione delle basi, e il Mediterraneo allargato è lo spazio in cui usarli. Costruire la propria postura sulla volatilità del metodo sarebbe probabilmente un errore; costruirla sulle esigenze strategiche strutturali, che verosimilmente resteranno anche dopo questa amministrazione, pare la condizione miglioe per non subirle.

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