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TematicheAfrica SubsaharianaLa deforestazione nel Bacino del Congo

La deforestazione nel Bacino del Congo

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La dichiarazione finale della COP26 non mantiene le aspettative, sia per il contenuto che per l’applicabilità. La difesa dell’ambiente rimane nelle mani degli stati e, per quanto la lotta al cambiamento climatico sia diventata anche una questione di soft power, essere troppo green può risultare controproduttivo per le potenze mondiali, preoccupate prima di tutto di mantenere la loro posizione nei confronti dei rivali.
Tuttavia, sembra fare eccezione la dichiarazione sulla conservazione delle foreste, una risorsa essenziale poiché fonte di sostentamento per miliardi di persone e elemento di supporto agli. sforzi contro il cambiamento climatico.

La Dichiarazione sulle Foreste e sull’uso del suolo

Si è appena conclusa la COP26 di Glasgow e, tra tutti gli impegni presi dai leader mondiali durante la Conferenza, ce n’è uno che sembra mettere d’accordo tutti, o quasi, e che sembra realizzabile. I rappresentanti di 141 stati hanno infatti promesso di fermare e ribaltare la perdita di foreste e la degradazione del suolo entro il 2030. Tra le altre cose l’accordo – che non ha però alcun valore legale vincolante per i firmatari – auspica la promozione di uno sviluppo e di un’agricoltura sostenibile e l’aiuto alle comunità locali convolte nei progetti di riforestazione, con particolare attenzione alle popolazioni indigene. 

L’aspetto rilevante di questo impegno non sta tanto nei termini dell’accordo, di carattere alquanto generalista, né nelle somme di denaro promesse – si parla di circa 19 miliardi di dollari – quanto nel fatto che tra i firmatari ci sono Paesi come Brasile, Repubblica Democratica del Congo e Indonesia, i quali ospitano le più grandi foreste pluviali del mondo, arrivando così a coprire il 90% delle foreste mondiali.

Tuttavia, pochi giorni dopo la conclusione, l’intesa ha già mostrato i primi segni di cedimento: il Ministro per l’Ambiente indonesiano ha dichiarato che “forzare l’Indonesia verso la deforestazione zero entro il 2030 è chiaramente inappropriato e ingiusto” e che la priorità di Giacarta è lo sviluppo economico. Una dichiarazione del genere potrebbe spingere altri stati a ritrattare e dimostra quanto accordi del genere spesso lasciano il tempo che trovano.

I precedenti tendono a confermare questa ipotesi: nel 2014 fu firmata la “New York Declaration on Forests”, in base alla quale gli stati firmatari si impegnarono a fermare la deforestazione entro il 2030 ma, sette anni dopo, gli obiettivi di New York sono stati ampiamente disattesi e la deforestazione è addirittura aumentata.

Nel quadro della promessa fatta a Glasgow, su iniziativa del Canada, diversi stati occidentali hanno stanziato 12 miliardi di dollari per la riforestazione e anche l’UE ha fatto la sua parte: la Commissione Europea ha annunciato che stanzierà 1 miliardo di euro per proteggere le foreste nel mondo, di cui 250 milioni per il Bacino del Congo.

Il problema della deforestazione

La deforestazione, a differenza del surriscaldamento dell’atmosfera, è un processo di lunga data e esiste più o meno da quando esiste l’essere umano. Nel corso dell’ultimo secolo, tuttavia, il processo è accelerato esponenzialmente e abbiamo perso la stessa area di foreste che nei dieci millenni precedenti. Dal 1990 il mondo ha visto sparire 4,2 milioni di km² di foreste

La deforestazione è causa di circa l’8% delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, ma il ripristino delle foreste potrebbe rappresentare allo stesso tempo il 23% della mitigazione climatica necessaria per raggiungere gli obiettivi prefissati negli Accordi di Parigi e ribaditi a Glasgow, poiché sono in grado di assorbire parte della CO2 immessa nell’atmosfera dalle attività umane.

Un disastro di tali proporzioni risulta dalla combinazione di diversi fattori. Certamente giocano un ruolo primario le politiche di corto respiro promosse dai governi degli stati pluviali, che cercano vantaggi immediati nella deforestazione: maggiore terra arabile; la creazione di nuovi posti di lavoro, spesso a discapito delle popolazioni indigene che vivono nelle aree forestali. Inoltre, la sempre maggiore domanda di proteine animali proveniente da paesi “in via di sviluppo” come la Cina, in cui la crescita economica degli ultimi decenni ha reso più accessibili prodotti di lusso tra cui la carne, richiede terreni per pascoli e mangimi. A completare il quadro vi sono la crescente urbanizzazione, l’estrazione di risorse naturali, tra cui gli stessi alberi che formano le foreste, la crescente incidenza di incendi disastrosi, di cui abbiamo avuto diretta testimonianza anche nel nostro paese e che incendia ormai annualmente le foreste di Siberia, California, Australia.

Lo stato delle foreste nel Bacino del Congo

Dopo l’Amazzonia, l’Africa Centrale ospita la seconda foresta tropicale al mondo per estensione, che copre circa 1,7 milioni di km² e comprende Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Camerun, Repubblica Centrafricana, Gabon, Guinea Equatoriale, Ruanda e Burundi. La foresta del Bacino del Congo si sta degradando a tassi elevati e, viste le sue dimensioni, è prevedibile che la deforestazione dell’area possa influenzare le future condizioni climatiche dell’intero continente africano.

Uno studio dell’Università di Trieste ha infatti mostrato che, ai tassi attuali, la deforestazione porterà a piogge sempre più scarse e la siccità contribuirà a far aumentare la temperatura media nel Bacino del Congo di almeno 2 ° C. Paradossalmente questo causerà un aumento dei fenomeni monsonici, soprattutto verso la zona del Sahel e dell’altopiano etiopico, mentre tenderà a rendere più arida tutta la Costa di Guinea.

Le cause del disboscamento nel Bacino sono ascrivibili, prima di tutto, alla pressione demografica. Il continente africano riporta i tassi di fertilità e di crescita della popolazione più elevati al mondo (rispettivamente 4,7% e 2,5%) e, anche se i due dati tendono a calare, rimarranno nei prossimi decenni ancora elevati. Le società africane sono tra le più colpite da insicurezza alimentare e da condizioni socioeconomiche pessime, rendendole più che mai “proletarie”, nel senso più basilare del termine, per cui gran parte della popolazione possiede come risorsa principale la propria prole. Senza l’introduzione di politiche volte a far calare la crescita demografica – incrementare l’educazione, soprattutto femminile; l’uso estensivo di contraccettivi; migliori condizioni economiche e sociali; un più facile accesso alle risorse – la popolazione africana è destinata a raddoppiare entro fine secolo, con impatti disastrosi sulle risorse naturali, tra cui le foreste.

Conseguenza diretta di ciò e causa comprimaria della deforestazione in corso è l’espansione dell’agricoltura. Logicamente, popolazioni in crescita hanno bisogno di più cibo, rendendo necessario l’aumento di terra arabile a discapito delle zone forestali. 

I driver della deforestazione non sono solamente dovuti allo sfruttamento operato dalle popolazioni locali ma, anzi, derivano in buona parte dalle attività promosse da attori esterni. 

Un recente report del WWF ha stimato che il 16% della deforestazione a livello globale sia dovuto alla domanda di beni provenienti dall’Unione Europea, secondo “importatore di deforestazione” al mondo dopo la Cina, in particolare carne bovina, soia e olio di palma.

Secondo Global Witness, solamente nel quinquennio 2016-2020, banche e asset managers di Regno Unito, UE, USA e Cina hanno registrato profitti per 157 miliardi di $ finanziando i settori del business agricolo a più alto rischio di deforestazione.

Geopolitica dei Grandi Laghi

Come se non bastasse, sullo sfondo della deforestazione vi è una situazione geopolitica a dir poco tragica.

Intorno alla metà degli anni ‘90 lo Zaire, in una delicata fase di transizione che coincise con la fine dell’era di Mobutu, fu travolto dall’ondata migratoria di Hutu provenienti dal vicino Ruanda, in fuga dalla follia genocidiaria in corso. Con la salita al potere di Kabila, il Congo orientale divenne teatro di scontro tra tutti i paesi della regione dei Grandi Laghi: milizie provenienti da Ruanda, Uganda, Angola, Zimbabwe, Namibia e Ciad si combatterono per diversi anni su questioni etniche e ne approfittarono per mettere le mani sulle ingenti risorse che la neonata RDC nasconde nel sottosuolo – oro, diamanti, cobalto. 

Quella che viene chiamata la “Guerra Mondiale Africana” ha prodotto nel corso degli anni oltre 5 milioni di morti e, anche se al momento la situazione sembra placata, rimangono forti tensioni latenti. Le varie missioni delle Nazioni Unite susseguitesi non hanno risolto la situazione sul campo: il Congo, specialmente la regione del Kivu, rimane terreno di scontro tra varie milizie armate. Inoltre, le ingenti risorse congolesi fanno gola a molti, soprattutto dopo che il coltan, materiale fondamentale per la fabbricazione di apparecchi elettronici, ha assunto un ruolo così importante nelle global supply chains. Con il risultato che il controllo di queste aree rimane frammentato ed esposto alle pressioni di numerosi attori regionali e internazionali.

Conclusione

La stabilizzazione dei Grandi Laghi va contro gli interessi strategici ed economici di chi vuole approfittare della RDC e delle sue foreste, ma il problema della deforestazione non può prescindere dalla stabilità regionale e locale. Senza un sistema statale funzionante, una classe politica trasparente, una società civile responsabile e attiva, condizioni economiche adeguate, è difficile che verranno fatti progressi.

Affinché le promesse annunciate alla COP26 si trasformino in risultati concreti bisogna stabilire un fitto dialogo con le controparti africane, per comprendere quali sono i settori che più hanno bisogno di supporto, consentendo allo stesso tempo agli attori africani di sviluppare le proprie policies. Questo processo deve coinvolgere tutta la politica africana dal livello continentale dell’Unione Africana, a quello delle organizzazioni sub-regionali e dagli stati nazionali, in questo modo sarà possibile evitare che le decisioni prese in ambito internazionale non tengano in considerazione le specificità intranazionali.

Andrea Stucchi

Geopolitica.info

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