La votazione del 26 marzo del Parlamento europeo ha dato il via ai negoziati interistituzionali per rivedere il quadro giuridico relativo ai rimpatri dei migranti irregolari nell’ottica di una politica migratoria più dura, che preveda anche il ricorso ad hub delocalizzati in Paesi terzi. Questo sembra determinare una nuova rilevanza del memorandum Italia-Albania come possibile mezzo di analisi delle implicazioni di una tale scelta.
Il 9 marzo la commissione per le libertà civili (LIBE) del Parlamento europeo ha adottato degli emendamenti alla proposta della Commissione europea avente ad oggetto la revisione delle procedure europee per i rimpatri. L’elaborato della commissione LIBE ha sollevato, però, delle preoccupazioni nella Sinistra parlamentare tanto da indurre tre diversi gruppi politici, S&D, Verdi/ALE e The Left, a presentare distinte richieste di discussione in plenaria, contestando le decisioni assunte, in particolare il vasto ricorso alla detenzione e la creazione di “return hubs”. Contrariamente a quanto sperato dai promotori della discussione, però, la votazione in parlamento dello scorso 26 marzo ha sostanzialmente approvato ciò che era stato già deliberato in Commissione, permettendo l’avvio dei negoziati interistituzionali del cosiddetto trilogo.
Cosa è stato approvato dal Parlamento europeo
Infatti, l’ultimo giovedì di marzo, con 369 voti a favore grazie all’alleanza tra i conservatori (EPP) e l’estrema destra (ECR, ESN, PfE), gli eurodeputati, definendo la propria posizione, hanno confermato l’attivazione del dialogo con il Consiglio UE sul nuovo quadro giuridico per il rimpatrio delle persone che soggiornano irregolarmente nell’Unione. Il nuovo regolamento è stato pensato con l’obbiettivo principale di creare, nella volontà di contrastare l’immigrazione illegale, un’efficace politica comune di rimpatri, semplificando e velocizzando la procedura per dare concreto adempimento all’obbligo di lasciare il territorio UE. In tal senso hanno spinto i partiti favorevoli ad una politica migratoria più dura e, dunque, delusi dalle statistiche che finora hanno registrato una percentuale del 20% di effettiva realizzazione delle decisioni di espulsione.
I punti chiave del draft di partenza per il Parlamento sono 4: obbligo di cooperazione con le autorità competenti, norme più rigorose per le persone che rappresentano un rischio per la sicurezza, sostegno finanziario e operativo da parte dell’UE e delle sue agenzie ai Paesi membri e, infine, possibilità di effettuare rimpatri verso un paese terzo, anche sulla base di specifici accordi per i relativi hub. Nello specifico del primo dei punti sopra indicati, si prevedono, per i richiedenti asilo che rifiutano di lasciare il territorio, delle sanzioni piuttosto severe, come la confisca dei documenti, la detenzione fino a 24 mesi e l’interdizione prolungata d’ingresso nel territorio (“entry ban”). Inoltre, si prevede una maggior collaborazione tra Stati membri per cui, ad esempio, un ordine di rimpatrio emanato in Italia può essere applicato anche nei Paesi Bassi e viceversa.
Ma l’elemento centrale, e il più discusso, dell’impianto regolamentare sopra descritto, è costituito, senza dubbio, dall’autorizzazione ad aprire dei centri per migranti in Paesi al di fuori dell’UE per inviare e detenere coloro la cui domanda di asilo viene rigettata o coloro che hanno l’obbligo di lasciare l’Unione. L’articolo 17 del progetto elaborato dal parlamento prevede la possibilità di stipulare accordi in merito, da parte dell’Unione o di singoli Stati membri che poi informino la Commissione, con Stati terzi, con la condizione che questi rispettino il diritto internazionale e, nello specifico, gli standard internazionali dei diritti umani, ivi compreso il principio di non refoulement.
Le reazioni alla votazione e il riferimento all’accordo Italia-Albania
Di fronte al risultato della delibera, gli esponenti dei gruppi di sinistra e di alcune ONG hanno espresso forti timori. C’è chi ha pronosticato un’ICE europea, con deportazioni di massa, in una risposta propagandistica e non efficace ad un problema reale, come l’eurodeputata spagnola Galan o l’italiano Gozi. C’è anche chi, come Marta Welander, dell’ONG International Rescue Committee, ha affermato che questo voto del parlamento europeo costituisce un regresso storico nei diritti dei rifugiati, esprimendo particolare preoccupazione per la moltiplicazione delle possibilità di detenzione a danno di persone vulnerabili, incusi minori. Al contrario è stata evidente l’esultanza dei conservatori, tra cui gli eurodeputati italiani che, oltre alla soddisfazione per il passo in avanti verso un “sistema più efficace”, come affermato da Procaccini, co-presidente dell’ECR, hanno rivendicato un avvicinamento tra la linea del governo Meloni e quella europea.
In effetti, l’idea di creare degli hubs in cui collocare gli immigrati prima o dopo l’esame della loro domanda d’asilo non è nuova e, di fatto, ha già avuto uno sviluppo concreto in seguito agli accordi tra Italia e Albania, ma, anche, a quella siglati tra Regno Unito e Rwanda, sebbene occorre riconoscere che sia il progetto di Roma che quello di Londra sono andati incontro a diversi ostacoli. Il memorandum firmato dalla Meloni e da Rama nel 2023 ha sostanzialmente costituito un’enclave giurisdizionale italiana in prossimità delle coste albanesi per la gestione, dietro procedura accelerata di frontiera, delle richieste di asilo di migranti provenienti da Paesi di origine sicuri, rientranti nella rispettiva lista elaborata a livello nazionale, e per la detenzione di migranti in attesa di rimpatrio. Il tribunale di Roma, prima, e la corte di giustizia dell’unione europea, poi, sono intervenuti mettendo in stand-by l’accordo. In effetti, finora, come riportato dal Tavolo Asilo e Immigrazione, la maggior parte delle persone trasferite in Albania è stata riportata in Italia a seguito dell’analisi della domanda di asilo e/o per la rivalutazione dell’idoneità al trattenimento. Nonostante ciò, la Meloni non ha mai fatto passi indietro sui centri albanesi e, anzi, ha affermato che con il nuovo patto migrazione e asilo UE, che dovrebbe essere applicato da giugno 2026, i centri “funzioneranno come dovevano funzionare dall’inizio”.
L’accordo già in essere e le potenziali intese che si formeranno se la modifica del regolamento rimpatri procederà, come sembra, nella direzione segnata dal parlamento europeo presentano delle criticità, sottolineate da diverse organizzazioni della società civile come l’ASGI, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Con il trasferimento coattivo di persone in CPR delocalizzati fuori dai confini nazionali si potrebbero determinare delle violazioni in termini di diritto alla difesa e all’asilo, non potendosi garantire procedure eque o accesso alla protezione, all’unità familiare e alla libertà personale.
In ogni caso, dato l’evidente interesse per l’accordo Italia-Albania come possibile modello per progetti pilota relativi all’applicazione del nuovo regolamento europeo, si potrebbe utilizzare l’esperimento italiano come uno strumento per analizzare le implicazioni e, soprattutto, gli effetti negativi prodotti da una tale scelta, evitando di replicare errori che potrebbero ledere i diritti sanciti dalla carta dei diritti fondamentali dell’unione europea e dalla convenzione di Ginevra.

