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La svolta asiatica della Russia, i rapporti con l’Asia Centrale e l’azione russa nell’Estero Vicino: intervista al prof. Aldo Ferrari

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In occasione del numero speciale di Matrioska – Osservatorio sulla Russia, Gianmarco Donolato ha incontrato il prof. Aldo Ferrari, professore ordinario presso Ca’Foscari Università di Venezia e fondatore di ASIAC (Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia Centrale e del Caucaso) per discutere della politica russa nello Spazio post-sovietico, offrendo una visione ampia della postura di Mosca nell’Estero Vicino.

L’annessione della Crimea e l’intervento in Donbass hanno in qualche modo influenzato anche le relazioni tra Mosca e i paesi centrasiatici? È cambiata la percezione di questi ultimi nei confronti del Cremlino? 

Sicuramente sì, soprattutto per il Kazakhstan, che è l’unico dei Paesi centroasiatici a trovarsi in una situazione che per alcuni aspetti potrebbe ricordare quella dell’Ucraina. Infatti, in Kazakhstan c’è una consistente percentuale di popolazione russa, benché molto inferiore di quanto non fosse prima del 1991, e i territori settentrionali del Kazakhstan sono abitati ampiamente da russi. Quindi l’annessione della Crimea e il sostegno ai separatisti russi o filorussi nel Donbass ha evidentemente preoccupato la leadership kazaka, la quale, tuttavia, non ha per questo cessato la collaborazione strategica, economica, militare con Mosca. Ma sicuramente si è preoccupata di fronte ad un’azione che potenzialmente potrebbe essere replicata a suo danno. Non certo in una situazione come quella attuale, in cui i due Paesi mantengono ottime relazioni; piuttosto, potrebbe eventualmente riproporsi nel caso di un avvicinamento del Kazakhstan all’occidente, o anche, visto il contesto, alla Cina. Questa situazione potrebbe in qualche modo mettere a rischio le condizioni di vita dei cittadini kazaki di origine etnica russa. Ma si tratta evidentemente di scenari abbastanza remoti, perché i rapporti tra la Russia e l’Asia centrale poggiano su basi completamente diverse da quelle che troviamo tra Russia e Ucraina. I legami sono meno stretti, ma sono più solidi e meno problematici. 

La politica estera russa corre su due binari paralleli o si interseca? In altre parole: la politica estera nello spazio post-sovietico è scollegata dal crescente interventismo russo negli scenari regionali più caldi, come Libia o Siria ad esempio? La Russia cerca di bilanciare la decrescente (se tale) influenza nell’estero vicino con maggiore presenza in altre aree?

Io credo che la Russia abbia un’unica politica estera e che non ci sia una divisione così rigida tra quella verso l’estero vicino e la proiezione di potenza al di fuori. La visione strategica del Cremlino è unitaria, e le due dimensioni si intersecano, coesistono, fanno parte di un’unica progettualità; non credo sia opportuno scindere le due fasi. Un grande Paese porta avanti la sua politica estera in tutte le direzioni e contemporaneamente, non a blocchi, in maniera spezzettata. Detto questo, resta la questione più importante: la Russia sta perdendo terreno nell’estero vicino, nei Paesi post-sovietici? Se sì, cerca sfoghi e compensazioni più in là? La prima domanda è complessa: a mio giudizio, la Russia ha perso enormemente posizioni, è vero. Però le ha perse negli anni Novanta, in un momento in cui, dopo il crollo dell’URSS, ha in parte voluto e in parte subito un gravissimo declino di influenza e di presenza nei territori post-imperiali e post-sovietici. Ma se valutiamo la tendenza non a partire da quel periodo, ma solo riferendoci agli ultimi anni, questa diminuzione d’influenza e peso non è visibile. La Russia sostanzialmente tiene le sue posizioni, e in qualche caso le aumenta persino, come avvenuto nel Caucaso meridionale.  Infatti, la vediamo mantenere le proprie posizioni in Abkhazia e in Ossezia, ed è riuscita per la prima volta a posizionarsi anche nell’Alto Karabakh. La Bielorussia, che è importantissima per la Russia, è incerta, è vero. Lo scenario peggiore per la Russia sarebbe quello di un rapido avvicendamento con un’élite filoeuropea e antirussa a Minsk. Tuttavia, questo scenario non si è concretizzato, anche grazie al fatto che la Russia, con prudenza, facendo leva sulle sue posizioni nel Paese, è riuscita a mantenere in piedi Lukashenko, il quale, pur non essendo particolarmente amato a Mosca, è comunque preferibile allo scenario di cui sopra. Sicuramente, il caso in cui la Russia ha perso peso, forse definitivamente, è quello ucraino: ma questo è avvenuto anni fa. Questa perdita forse avrebbe potuto essere evitata, se la Russia e Putin fossero stati capaci negli anni migliori (nei primi anni Duemila e antecedentemente la crisi del 2013) di fare una politica più attiva, mirata ed equilibrata nei confronti dell’Ucraina. Non è certamente una questione così semplice: in Ucraina esiste effettivamente una forte componente nazionale chiaramente antirussa. Se la Russia fosse stata più flessibile nei confronti di Kiev, le cose sarebbero potute andare in maniera diversa. Però è indubbio che l’Ucraina è ormai persa definitivamente e quasi completamente per Mosca. E questo è sicuramente un segnale di diminuzione di peso, ma non è un fatto sviluppatosi ultimi anni: nasce dall’incapacità o impossibilità politica relativa ai primi anni Duemila e alla crisi, poi, del 2013/2014.

In sintesi, non direi che negli ultimi anni la Russia abbia effettivamente perso granché intorno a sé, nell’estero vicino. Al tempo stesso, ha approfittato del vuoto creatosi in Medioriente in corrispondenza al fatto che gli Stati Uniti se ne sono ampiamente distaccati. Ha così guadagnato posizioni importanti, soprattutto in Siria e in Libia, anche se in quest’ultima ha ottenuto risultati marginali, in quanto ha dovuto confrontarsi con un altro attore attivo e spregiudicato come la Turchia (alla quale ha lasciato, appunto, la Libia, per prendersi la Siria, per vederla in una forma molto semplificata).

Direi che la Russia mantiene sostanzialmente le sue posizioni nella sfera post-sovietica e acquisisce alcune aree di influsso forte nel Vicino e Medio Oriente, confermandosi un attore forte, capace di reagire alle sfide che si presentano, guidata in maniera molto accorta, soprattutto nella politica estera, ma senza comunque poter pareggiare il peso che gli Stati Uniti e la Cina hanno ormai a livello globale. Si mantiene una grande potenza regionale, dove però la regione è enorme e proporzionale alle dimensioni della Russia – si potrebbe chiamarla, con un’espressione particolare, come una potenza mega-regionale. Non può essere ridotta a potenza regionale, ma non ha la forza per essere una superpotenza globale. La sua politica estera va vista come racchiusa in questa forchetta. 

Ponendo l’attenzione sui paesi dell’Asia centrale: come si inserisce nel contesto l’ormai diffusa presenza cinese? E ancora: alla luce delle tensioni sorte in Kirghizistan dopo le elezioni di ottobre 2020, come si profilano le relazioni con questo paese apparentemente instabile? 

In Asia centrale, nonostante la Cina aumenti rapidamente la sua presenza, soprattutto economica, la Russia rimane un attore decisivo, soprattutto nella sfera della sicurezza. Riesce a tenere agganciati a sé diversi Paesi: il Kirghizistan e il Kazakhstan fanno parte dell’Unione Economica Eurasiatica, l’Uzbekistan, negli ultimi anni, si è aperto, avvicinandosi non solo a Mosca ma anche all’Occidente. 

Sappiamo che il Kirghizistan, nello spazio post-sovietico e in particolare in quello centroasiatico, è un po’ un’eccezione. Si è spesso parlato del Kirghizistan come un Paese quasi democratico, soprattutto a confronto con le altre repubbliche dell’Asia Centrale, evidentemente più autoritarie. Ci sono state elezioni, cambiamenti di regimi, presidenti abbattuti. Al tempo stesso, però, più che parlare di maturità democratica bisognerebbe parlare di instabilità politica. Forse questa instabilità potrebbe essere ora superata con la comparsa del nuovo presidente Japarov, che sembra intenzionato a guidare il Paese in maniera più presidenzialista e meno parlamentare di quanto sia avvenuto sinora, come permesso dalla riforma costituzionale. Così il Presidente intende avvicinare le dinamiche politiche del Paese a quelle degli altri dell’Asia Centrale; il che significherebbe maggiore stabilità e una guida chiaramente nelle mani dell’uomo forte. È, tuttavia, un’evoluzione che non dovrebbe cambiare particolarmente i rapporti tra Kirghizistan e Mosca, considerando che il Kirghizistan dipende tantissimo dalla Russia per due ragioni: per la sicurezza e per il fatto che gran parte del suo budget statale deriva dalle rimesse dei suoi emigrati in Russia. I legami tra i due Paesi rimarranno forti anche a seguito di questi cambiamenti. Ciononostante, anche il Kirghizistan sente sempre di più la presenza economica cinese e deve quindi trovare una posizione tra i suoi e potenti vicini. Ma i rapporti tra Russia e Cina in Asia centrale, almeno per il momento, sono buoni e stabili. I due Paesi si sono in qualche maniera divisi l’Asia centrale, riservando la sfera della sicurezza a Mosca e quella dell’economia a Pechino. Dati i buoni rapporti globali che le due potenze hanno, è probabile che questo assetto rimanga valida anche nei prossimi anni.

Si è assistito negli ultimi anni ad un’effettiva transizione verso est degli interessi della Russia? Ci potrà essere un nuovo focus tendenzialmente più “asiatico” o la Russia continuerà ad orientare le sue politiche (diplomatiche, energetiche, commerciali, ecc.) verso l’Europa, il Caucaso, il Mediterraneo?

Effettivamente negli ultimi anni, a causa della crisi profondissima con l’Unione Europea, con gli Stati Uniti e con la NATO, la Russia si è voluta e dovuta avvicinare fortemente alla Cina, anche se controvoglia. Viene correttamente sottolineato da molti che non c’è alcuna alleanza, e non è neanche prevedibile che se ne instauri una nel prossimo futuro. Ma le due potenze condividono molti interessi e molte visioni: rifiutano l’egemonismo statunitense e occidentale, insistono sul fatto che ogni potenza debba essere autonoma al proprio interno e svincolata dal giudizio e dal pregiudizio occidentale, riescono a mantenere un equilibrio tra i rispettivi interessi, che non sempre sono coincidenti (per esempio in Asia Centrale), parlano “lingue politiche” comuni. Tutti questi fattori hanno sicuramente fatto sì che negli ultimi anni ci sia stato un avvicinamento tra Russia e Cina, una svolta verso est della Russia. 

Al tempo stesso bisogna tener presente che si tratta di una svolta obbligata, o percepita come tale da Mosca, vista la crisi con l’Occidente. La Russia è un Paese bicontinentale, eurasiatico, la cui posizione ideale, a mio giudizio, sarebbe quella di porsi in equilibrio tra Europa/Occidente e Cina. D’altronde, visti i fortissimi contrasti con l’Occidente, dei quali non è sicuramente l’unica responsabile, questo avvicinamento a Pechino è stato forse inevitabile. 

Diciamo che la responsabilità nella crisi tra Russia e Occidente è condivisa dalle due parti, e noi occidentali siamo ciechi e ipocriti quando condanniamo soltanto Mosca per il deterioramento delle relazioni. Alla luce di questa situazione, la Russia ritiene di non avere altra scelta di fronte ad un Occidente che sempre più la marginalizza, respinge, espelle. Pensiamo all’esclusione dal G8, alle sanzioni del 2014: la Russia si è inevitabilmente avvicinata alla Cina. Il vettore asiatico della politica russa si è rafforzato e continuerà a farlo anche in futuro. Questo non vuol dire che la Russia abbia cessato di cercare rapporti economici e politici con l’Occidente. Ma ormai il livello di scontro è alto: se si arriva ad impedire da parte russa, l’ingresso nel Paese di una figura come il Presidente del Parlamento Europeo Sassoli vuol dire che effettivamente i rapporti sono ormai deteriorati e non è prevedibile un cambiamento nei prossimi anni. La Russia prende atto di questa situazione, si muove secondo i suoi interessi, ha una sponda fortissima in Cina (anche troppo forte forse, perché lo strapotere economico mette la Cina in una posizione di superiorità rispetto alla Russia). Mosca conserva la capacità di muoversi con efficacia non solo nell’area post-sovietica ma anche in alcuni spazi nuovi, in particolare quelli mediorientali, e quindi lo scenario a cui prepararci è il seguente: un progressivo e ulteriore allontanamento dall’Europa e dall’Occidente, un avvicinamento alla Cina e un continuo attivismo in altre sfere (in particolare in Medioriente). 

A mio giudizio, sarebbe opportuno, da parte occidentale, e in particolare europea, ripensare le politiche degli ultimi anni, che non sono utili, in primo luogo, all’Europa e all’Occidente stessi. Questa dinamica negativa si è rafforzata con l’attivismo di Biden, che sta chiamando a raccolta gli “alleati” – chiamiamoli alleati ma sembra più la voce del padrone che chiama a sé e costringe, spesso contro i loro stessi interessi, a contrapporsi frontalmente alla Russia. Io non credo che questo sia nell’interesse dell’Europa e del nostro Paese. 

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