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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLibano: genesi di un governo nato a Baghdad

Libano: genesi di un governo nato a Baghdad

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365 giorni dopo il Libano ha un nuovo esecutivo. Dopo le rinunce di Mustafa Adib e di Saad Hariri la palla è passata all’ex PM e miliardario sunnita Najib Mikati, che dopo due mesi di trattative è riuscito a raggiungere un accordo con il Presidente della Repubblica Aoun per la formazione di un governo che negli intenti dovrebbe condurre il paese dei cedri fuori dalla peggiore crisi economica della sua storia recente. Come è composto, quali sono gli attori politici che più ne beneficeranno e soprattutto come è nato il nuovo esecutivo libanese?

Nuovi vecchi volti

365 giorni dopo il Libano ha un nuovo esecutivo. Con 85 voti a favore, 15 contrari e numerosi assenti (tra cui spiccano gli ex premier Salam e Hariri), il nuovo governo ha ottenuto la fiducia dell’Assemblea Nazionale, ponendo quindi fine ad un vuoto politico che durava da esattamente un anno, quando l’allora PM Diab rassegnò le dimissioni come conseguenza della tragica esplosione del porto di Beirut. Il nuovo governo, guidato dal già premier e miliardario sunnita Najib Mikati è nato dopo circa due mesi di serrate trattative con il Presidente della Repubblica Aoun. Prima di allora, altri due PM incaricati avevano rimesso il loro incarico, Mustafa Adib e Saad Hariri, quest’ultimo arresosi dopo dieci mesi di conflitti e trattative estenuanti con il Presidente per la definizione di una squadra di governo adatta alle esigenze politiche di entrambi gli schieramenti. Il nuovo governo avrà ora il gravoso e difficile compito di negoziare con le istituzioni finanziarie internazionali gli aiuti per un Libano che ha ormai raggiunto il collasso economico, così come ha affermato il nuovo premier libanese dal palazzo presidenziale di Baabda dopo aver raggiunto l’accordo con il Presidente Aoun. 

L’esecutivo annunciato da Mikati è composto da 24 ministri, quattro in più rispetto alla squadra che aveva presentato nei mesi scorsi Hariri, ripartiti tra personalità cristiane e musulmane. Mikati, 66 anni, miliardario originario della città a maggioranza sunnita di Tripoli, era stato già premier negli anni passati: dal 2004 al 2005 e dal 2011 al 2014. È da anni indicato come uno degli uomini più ricchi di tutto il Medio Oriente e vanta ottime relazioni familiari con il presidente siriano Bashar al Assad. Negli ultimi due anni è stato accusato di atti di corruzione e clientelismo ed è uno dei leader politici libanesi fortemente contestati dai manifestanti dall’autunno del 2019, in occasione delle massicce proteste popolari antigovernative che condussero nel mese di novembre alle dimissioni di Hariri. Tra le principali figure nei Ministeri chiave spunta il nome di Saade Chami come vicepremier: ex direttore dell’ufficio regionale di assistenza tecnica per il Medio Oriente presso il FMI ed ex Presidente dell’Autorità per i mercati dei capitali del Libano, la nomina di Chami per l’importante ruolo di vicepremier rappresenta un chiaro messaggio rivolto verso le principali istituzioni finanziarie, FMI in primis. Il Libano ha un disperato bisogno di sbloccare gli aiuti necessari a risollevare il paese, per questo motivo puntare su persone già legate al Fondo Monetario Internazionale potrebbe facilitare le trattative. Stesso discorso per il ruolo di Ministro degli Esteri, affidato al maronita Abdallah Bou Habib, ex economista della Banca Mondiale ed ex Ambasciatore libanese a Washington tra il 1983 e il 1990, quando il presidente Reagan decise di ritirare i marines statunitensi dal paese durante la guerra civile. Non sorprende invece la scelta per il fondamentale Ministero delle Finanze, andato come da consuetudine al partito sciita Amal. A ricoprire il ruolo è stato scelto Youssef Khalil, uomo vicino allo speaker del Parlamento e leader di Amal Nabih Berri, ex direttore del Dipartimento delle Operazioni Finanziarie della Banque du Liban e uno degli architetti del controverso programma di ingegneria finanziaria adottato dalla Banca Centrale. Negli ultimi mesi erano sorti molti dibattiti in merito all’allocazione di questo cruciale ministero e parte dell’impasse politica era dovuta proprio alla contrarietà dei PM designati nel consegnare nuovamente le finanze al duo Amal-Hezbollah. Il Partito di Dio ha invece mantenuto i suoi Ministeri tradizionali, quello dei Lavori Pubblici e dei Trasporti e quello del Lavoro: non sorprende neanche in questo caso la scelta, visto che negli ultimi anni Hezbollah ha sempre puntato a tenere il controllo di quei Ministeri particolarmente vicini alla popolazione con l’intento di tenere saldo il consenso. È proprio il partito guidato da Hasan Nasrallah che sembra uscire rafforzato, insieme ai suoi alleati, da questo braccio di ferro durato un anno. 

La nuova squadra di governo avrà ora una finestra ristretta di circa nove mesi per portare avanti riforme convincenti per accedere agli aiuti internazionali, poiché la prossima primavera, salvo possibili rinvii ai quali il Libano è abituato, i cittadini saranno chiamati al voto nelle nuove parlamentari. Tuttavia, permangono numerosi interrogativi: il primo riguarda la natura stessa del governo; trattandosi di un esecutivo di compromesso vi è la grande possibilità che sorgano dissidi interni e non essendo stata ancora chiarita la presenza o meno del cosiddetto terzo bloccante risulta quantomeno dubbia la capacità del governo Mikati di avviare riforme strutturali solide. Il secondo riguarda la composizione del governo, avvenuta secondo le solite modalità di spartizione dei Ministeri in base a logiche confessionali e clientelari, le stesse che hanno contribuito a condurre il Libano verso il baratro. 

Un governo nato all’estero

È il governo di Macron e Raisi, un governo nato in Iraq”, così hanno titolato i principali giornali libanesi. Decisivo sarebbe stato proprio l’incontro fra i leader di Francia e Iran, da sempre i due broker più influenti nello scenario libanese, che ha permesso di superare l’impasse politica fra le diverse fazioni nel paese. In questo senso, la formazione del governo in Libano fa parte di un affare regionale più ampio: secondo diverse fonti libanesi l’accordo è stato raggiunto proprio il 29 agosto in occasione della visita del Presidente Macron a Baghdad. Ai margini del summit, particolarmente importante per definire i nuovi equilibri regionali, il leader francese avrebbe tenuto un incontro privato con il neo Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian, al quale ha espresso il desiderio di Parigi di cooperare attivamente con Teheran, specialmente nel teatro libanese, dove i due attori detengono particolari interessi politici, ma anche l’interesse francese di investire in Iran e in Iraq. Non a caso, poco dopo l’incontro, la Total ha siglato un importante accordo da 27 miliardi di dollari con il governo iracheno. Secondo alcune fonti Macron necessiterebbe di un’intesa più ampia possibile con l’Iran per assicurare i suoi interessi nel Levante, motivo per cui una settimana dopo il summit a Baghdad il Presidente francese ha avuto un colloquio telefonico con la controparte iraniana, Ebrahim Raisi, il quale ha confermato l’interesse iraniano nell’aiutare a formare il tanto atteso governo nel paese dei cedri. Anche gli Stati Uniti avrebbero svolto un ruolo attivo nelle trattative: Washington teme che l’instabilità interna in Libano possa peggiorare ulteriormente, conducendo a disordini regionali, per questo motivo nelle ultime settimane l’Ambasciatore statunitense a Beirut, Dorothy Shea, avrebbe tenuto diversi colloqui telefonici con il Presidente libanese Aoun per assicurare il supporto della Casa Bianca alla formazione dell’esecutivo. Già nelle scorse settimane, come riportato su queste colonne, gli Stati Uniti si erano mossi in risposta alla decisione di Hezbollah di importare gas iraniano, permettendo al Libano di importare gas dall’Egitto attraverso la Giordania e la Siria, nonostante il vincolo imposto dal Caesar Act, per far fronte alla grave crisi che affligge il paese.

Se sul fronte esterno l’intervento di altre potenze è stato decisivo, sul fronte interno Hezbollah ha giocato un ruolo chiave. Dopo aver ricevuto il via libera da Teheran il Partito di Dio si è mosso con maggior decisione per finalizzare un compromesso fra gli attori chiave della scena politica. L’assistente politico del Segretario Generale di Hezbollah, Hussein Khalil, avrebbe avuto diversi incontri con il PM designato Mikati, per facilitare le trattative con il Presidente Aoun. Un altro ruolo particolarmente importante è stato giocato anche dal Generale Abbas Ibrahim, che già nelle scorse settimane si era mosso nel tentativo di evitare il naufragio delle trattative fra le due parti e lo spauracchio delle dimissioni del miliardario sunnita, le quali sono aleggiate nell’aria per quasi un mese. L’ultima parola è spettata però alla Francia, che grazie alla mediazione del capo del Direttorio Generale per la Sicurezza Esterna, nonché ex ambasciatore a Beirut e amico intimo di Mikati, Bernard Émié, è riuscita a far desistere il politico tripolino su alcuni punti che egli riteneva prerequisiti fondamentali per la formazione del governo, quali l’assegnazione del Ministero delle Finanze, riconfermato ad Amal, e il tanto dibattuto terzo bloccante. Lunghe trattative sono state portate avanti anche tra il leader del FPM, Gebran Bassil e il genero di Taha Mikati, fratello del PM designato, i quali hanno poi raggiunto un’intesa in merito all’assegnazione di altri nomi di Ministri, in particolare quello di Georges Khallas, neo Ministro per la Gioventù e lo Sport e Najla Riachi, Ministro dello Sviluppo Amministrativo. Nonostante permangano alcuni dubbi in merito alla reale affiliazione politica di alcuni Ministri, tutte le parti coinvolte sembrano soddisfatte del compromesso raggiunto, se non altro perché un mancato accordo avrebbe significato la rinuncia di Mikati e l’inasprimento della crisi politica. Anche il FMI si è detto soddisfatto per la conclusione delle trattative, in particolare per la nomina a vice PM di Saade Chami, 20 anni al servizio del Fondo, e per il Ministro degli Esteri, Abdallah Bou Habib, ex consigliere della Banca Mondiale.

Chi invece non si è ancora mostrato soddisfatto per la scelta sono ovviamente le monarchie del Golfo. Ad eccezione del Qatar, che ha reagito positivamente alla formazione del governo, le reazioni degli altri paesi del golfo sono state miti o particolarmente fredde. Non è un segreto che negli ultimi anni i paesi del Golfo, tradizionalmente grandi sostenitori finanziari del Paese dei Cedri, si siano allontanati dal piccolo paese levantino, adottando, in particolare l’Arabia Saudita, una strategia di boicottaggio politico volta ad indebolire il ruolo di Hezbollah e dell’Iran. Negli ultimi due mesi Mikati aveva teso in più occasioni il braccio nel tentativo di ricucire lo strappo con la Monarchia Saudita, specialmente dopo quanto accaduto nel 2017, quando l’allora PM Hariri fu tenuto in ostaggio a Riyad dagli agenti sauditi con l’obiettivo di fargli dare le dimissioni e far naufragare un governo ritenuto troppo filo-iraniano. Tuttavia, ad oggi permangono ancora molti ostacoli verso un pieno ravvicinamento, in primis a causa dell’attenzione dei sauditi verso altri teatri, a cominciare da quello yemenita, e in secondo luogo a causa del generale scetticismo nei confronti di una squadra di governo che difficilmente sarà in grado di risollevare il paese dalla crisi in cui versa da anni. La recente formazione del governo non sembra dunque essere in grado di migliorare i rapporti, specialmente nella misura in cui il nuovo esecutivo viene ancora percepito da Riyad come un governo guidato da Hezbollah nato dopo un accordo franco-iraniano. 

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