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L’UE come security provider nel Sahel: analisi del progetto europeo – parte prima

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La situazione geopolitica degli Stati del Sahel, letteralmente “bordo del deserto”, è stata considerata a lungo secondaria rispetto le vicende del Maghreb o del Corno d’Africa per gran parte della storia recente. Questa regione è notoriamente una delle più instabili dell’Africa ma ha trovato una massiccia copertura internazionale con l’acutizzarsi di movimenti e milizie di stampo jihadista che hanno terrorizzato gli Stati della regione dagli anni 10’ del 2000. Crocevia del transito di migranti dal Corno d’Africa e dalla Nigeria, hub di pericolose cellule jihadiste, la regione è diventata presto uno dei luoghi sensibili della geopolitica africana e nel quale gli aiuti multilaterali hanno concentrati sforzi umani e monetari.

La nascita del progetto europeo nel Sahel

L’ondata di instabilità portata dalle primavere arabe in Maghreb ha avuto un effetto domino sulla vicina regione del Sahel, con il Mali, nel 2012, epicentro di una guerra civile portata avanti dalle rivendicazioni etniche dei Tuareg e fomentata dal radicalismo islamico. Con l’autorizzazione concessagli dallo Stato, la Francia intervenne in supporto dell’ex-colonia nel tentativo di portare il conflitto in una fase di De-esclation. Risultò subito evidente che il piano francese, senza un supporto europeo, avrebbe avuto il fiato troppo corto per permettere risultati duraturi nel tempo, così venne integrata con la missione di addestramento EUTM Sahel Mali nel febbraio 2013 a supporto dell’esercito maliano. Con la fine della fase più acuta degli scontri venne lanciata anche una missione di capacity building, sempre in Mali, ed una analoga in Niger. “Con quest’ultima, sono state poste le basi per l’approccio europeo alla soluzione delle crisi che sarà poi sistematizzato, nel 2016, con la European Global Strategy La strategia regionale e l’approccio globale voluto fortemente dall’allora Alto Rappresentante Mogherini videro una loro prima applicazione nel Sahel, con l’idea di costruire una sicurezza regionale partendo dalla coordinazione dei G5 della regione.

Sull’onda delle missioni internazionali in Mali, nel 2014 Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Mali per l’appunto e Niger avviano il progetto regionale dei G5 del Sahel evidenziando la necessità di unire le forze per combattere problemi di carattere transregionale come l’emergere di gruppi armati estremisti, il crescere della povertà dovuta ai cambiamenti climatici ed il fiorire di traffici illeciti legati alla criminalità organizzata. Dal lancio del gruppo, l’Unione ha potenziato gli investimenti nella regione ed i mandati delle missioni in loco. La relazione UE-G5 si basa su tre punti cardine: collaborazione politica per un migliore dialogo trai Ministri degli Esteri africani e l’Alto Rappresentate dell’Unione su aree di interesse, supporto alla sicurezza ed alla stabilità della regione tramite le missioni già menzionate, sviluppo della cooperazione tra Stati membri e Paesi del Sahel con investimenti che toccano gli otto miliardi per il periodo 2014-2020. Nel 2017 con il lancio della Joint Force dei G5, l’Unione ha subito dato il suo contributo con oltre cento milioni di investimenti all’anno al fine di formare e rifornire il gruppo. La JFG5 si prevede sarà formata da un personale di 5 mila unità divise in sette battaglioni i quali si occuperanno di ristabilire l’effettivo controllo sulla regione togliendolo dalle mani dei gruppi estremisti e criminali al fine di facilitare lo sviluppo socioeconomico dell’area.

EUTM Mali

Basata sulla risoluzione 2085 delle Nazioni Unite, EUTM Mali fornisce addestrando alle forze armate del Mali (MAF) e secondo l’ultimo mandato in vigore fino al maggio 2024 si focalizzerà su quattro pilastri: contribuire a migliorare le capacità di controllo delle autorità politiche attraverso le forze dell’ordine, consolidare i piani strategici ed operativi del MAF; potenziare il ripristino del rispetto della rule of law; supportare i G5 del Sahel tramite la formazione della Joint Task Force che sarà implementata attraverso addestramenti specifici. Il Consiglio ha previsto per la missione un bilancio indicativo pari a 133,7 milioni di euro, per un periodo di quattro anni. Le attività della missione continueranno a essere condotte in stretto coordinamento e cooperazione con MINUSMA, l’operazione Barkhane e AFRICOM.

La sostanziale differenza prevista in questo nuovo mandato è un approccio a fasi dell’operato europeo dove si individua come primo stadio le attività a favore della riformazione del MAF tra supporto alle attività ed addestrando ed una seconda dove questi compiti vengono “esportati” anche a tutti gli altri paesi del G5. Questa seconda fase sarebbe ben più dispendiosa in termini monetari ed umani poiché parallelamente al consolidamento dell’esercito maliano sarebbe necessario decentralizzare la missione con tutto quello che logisticamente comporta. Per questo, il nuovo mandato sarà implementato partendo dal rispetto di determinati parametri: il consenso esplicito delle nazioni ospitanti; la sicurezza dei luoghi delle attività decentralizzate e la non operatività del personale europeo, ovvero il fatto che questo non è tenuto a prendere parte a nessuno scontro. Implicitamente la permanenza europea fuori dai confini del Mali è prettamente temporanea.

EUCAP Sahel Mali e Niger

EUCAP Sahel Mali è stata lanciata nel 2015 su richiesta di aiuto del governo maliano al fine di ristabilire sicurezza ed ordine all’interno della nazione dopo la fase più acuta della guerra civile. A seguito del colpo di Stato del movimento nazionalista a prevalenza Tuareg per l’indipendenza del nord del Paese, il Mali è crollato in uno Stato di ingovernabilità dovuto alle successive infiltrazioni jihadiste nell’area che hanno rallentato ed ostacolato il processo di pacificazione e di ricostruzione istituzionale.

La crisi in Mali ha evidenziato la necessità di migliorare le pratiche del governo centrale nell’esercizio e nel rispetto non solo dell’uso della forza ma anche di tutti i diritti fondamentali. Il mandato della missione prevede il supporto alle autorità nazionali in stretto coordinamento con gli altri partner internazionali presenti in zona. I principali obiettivi della missione attualmente sospesa sono quello di ristabilire una catena di comando e controllo e la sua efficienza, rinforzare il ruolo del personale amministrativo e supervisionare l’operato delle forze dell’ordine.

EUCAP Sahel Niger è stata lanciata nel 2012 su richiesta del governo del Niger. La nazione, una delle più povere dell’Africa, è minacciata trasversalmente dalle milizie terroriste di stampo jihadista e bande criminali che minandone la sicurezza in continuazione ne impossibilitano lo sviluppo economico.

La missione, prorogata fino al gennaio 2021, ha attualmente due pilastri: aumentare l’autonomia dello Stato ed allo stesso tempo espandere i compiti della missione alle situazioni di crisi limitrofe. Operativamente si occupa di dare assistenza nel controllo dei confini con ventinove agenti locali che provvedono a monitorare trentuno stazioni di ricognizione. La missione è strategicamente di grande rilevanza poiché, dispiegata nel cuore di un territorio che viene attraversato da crisi transregionali con l’obiettivo di fornire un sistema di difesa globale ai G5, è l’hub, insieme all’altra missione in Mali, per la costruzione delle competenze della futura difesa del Sahel. Per dare un parametro della centralità della nazione, in Niger è stata costruita la più grande base di droni americana che dal 2019  offre supporto aereo e capacità di sorveglianza, evacuazione sanitaria e supporto tattico a forze terrestri schierate nel nord del paese a ridosso dei confini con Algeria e Libia.

Quale futuro per le missioni dell’Unione europea?

Data la portata e l’importanza dei progetti è impensabile che queste missioni verranno ritirate, se non solo per la brutta figura che farebbe l’Unione nel lasciare degli Stati partner dopo anni di lavoro e con la Francia tutt’ora impegnata, nonostante il golpe, a fronteggiare i gruppi jihadisti nel deserto a costo delle vite dei suoi giovani in prima linea. Allo stesso tempo, sarebbe un banale errore tornare ad operare come se nulla fosse accaduto e senza riflettere come nonostante vi siano migliaia di soldati provenienti da mezza Africa tramite MINUSMA, la presenza europea e statunitense sia potuto accadere un colpo di Stato del tutto analogo nelle modalità a quello del 2012 come sottolineato in un precedente articolo. Cosa non funziona nell’idea delle missioni di capacity building e come può l’Unione evitare di commettere due volte lo stesso errore?

Edoardo Del Principe
Geopolitica.info

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