«Sovrano è chi decide sul caso d’eccezione»: il Pakistan nel Golfo
Il 26 luglio scorso il Kuwait ha siglato un accordo di difesa con il Pakistan, il quale formalizza e cementa l’intesa militare stabilita l’11 giugno 2023. L’accordo sembrerebbe includere anche una cooperazione più profonda di una semplice intesa militare-diplomatica, in quanto sarebbe previsto scambio più costante di informazioni classificate, senza l’autorizzazione di parti terze. Anche il Kuwait, come gli Emirati Arabi Uniti e la regione del Golfo nella sua totalità, è stato pesantemente colpito dagli attacchi iraniani durante le primissime fasi del conflitto sino a qualche settimana fa. Questo perché, il Kuwait ospita importanti basi americane e per questo motivo, aveva subito i pesanti attacchi della Repubblica Islamica dell’Iran.
Di conseguenza, la ritorsione iraniana ha fatto diventare realtà l’antico timore delle monarchie del Golfo, ovvero la messa in discussione della loro sicurezza nazionale e regionale. Negli anni precedenti, le monarchie ‘sunnite’ avevano tentato di contenere una potenziale espansione dell’influenza iraniana in casa propria mantenendo, allo stesso tempo, un approccio cautelare nei confronti della Repubblica Islamica in quanto da sempre consapevoli della sua capacità militare. Dal momento in cui si è palesata la vulnerabilità delle monarchie a seguito dei massicci attacchi iraniani su tutto il territorio regionale, gli attori del Golfo stanno cercando alternative strategie di difesa, rispetto alla capacità militare americana. Ciò nonostante, questo non vuol dire un completo abbandono della presenza militare americana; bensì, un ampliamento delle proprie capacità difensive che non verta principalmente sugli Stati Uniti d’America.
Da qui, con un processo avviatosi probabilmente a settembre 2025, il Pakistan sembrerebbe affiancare sempre di più gli americani nella regione diventando sempre di più rilevante negli equilibri regionali. Mai come ora, probabilmente, Islamabad gode di una discreta importanza tanto a livello militare quanto a livello politico. Addirittura, si potrebbe quasi affermare che il ruolo sempre più crescente di Asim Munir nella politica pakistana potrebbe far pensare a una sorta di ‘ibridizzazione’ dei due poli del potere politico del paese: il polo civile e il polo militare. Pertanto, il crescente peso diplomatico pakistano potrebbe essere anche visto come una maggior affidabilità sul piano militare. Gli ottimi legami che il Pakistan detiene con le monarchie del Golfo fanno, in conclusione, di Islamabad il partner ideale con cui rafforzare anche i legami militari.
L’intesa militare Islamabad-Golfo e il loro grande escluso: l’Iran
Il consolidarsi delle relazioni belliche tra Pakistan e monarchie del Golfo senz’altro consolida tanto il ruolo di Islamabad con le cosiddette ‘monarchie sunnite’ quanto il suo ruolo nella più ampia regione mediorientale; ciò nonostante, la strategia adottata da Islamabad sembrerebbe non bilanciare le ottime relazioni diplomatiche con la Repubblica Islamica dell’Iran. Sebbene i rapporti tra le due nazioni non siano sempre state storicamente solide, si potrebbe affermare che le relazioni tra le due repubbliche islamiche hanno conosciuto un importante miglioramento a partire dalla visita di Stato in Pakistan da parte del presidente iraniano Massoud Pezheshkian in agosto 2025. Durante il soggiorno del presidente iraniano a Islamabad, i due paesi hanno rafforzato e siglato nuovi accordi economici. Ma, lo scopo principale di questo incontro era quello di rafforzare la lotta al terrorismo e un’intensificazione dei controlli sulla frontiera irano-pakistana. Le relazioni diplomatiche tra i due paesi apparrebbero anche cresciute in virtù della scelta di Tehran di incontrarsi con gli americani a Islamabad. Questo progressivo riavvicinamento tra Islamabad e Tehran, tuttavia, precede la visita di Pezeshkian: già Imran Khan aveva dato un importante contributo nelle relazioni tra Pakistan e Iran, in quanto mediatore nelle tensioni tra Ryadh e Tehran nel 2019. Altro momento fondamentale è stata la caduta del governo della Repubblica Islamica dell’Afghanistan nell’agosto del 2021, in quanto il ritorno dei Taliban sulla scena politica afghana ha fatto convergere gli interessi di Tehran e Islamabad sul piano della sicurezza regionale e del controllo delle rispettive frontiere.
Nei rapporti diplomatici tra Pakistan e Iran un maggior controllo delle frontiere e lotta al terrorismo significa una cosa sola: il contenimento dell’insorgenza baloch. Inoltre, a un livello più microscopico, sembrerebbe che sussista un’influenza iraniana nel paese specialmente tra le comunità sciite mediante l’organizzazione non-profit Noor Foundation. Quest’ultima, sarebbe stata il mezzo tramite il quale il corpo dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana reclutava sciiti pakistani per la Brigata Zainebiyoun.
Ne segue che un maggior sbilanciamento di Islamabad a favore dei paesi del Golfo rischierebbe non tanto di indebolire le relazioni tra Iran e Pakistan, bensì avrebbe l’effetto di alienarsi la popolazione sciita nel paese: le proteste nella prima settimana dello scorso marzo che si scatenarono per la morte della seconda Guida Suprema della Repubblica Islamica, ‘Ali Khamenei, non è un indicatore di una stabile e forte pervasività dell’Iran in Pakistan. Bensì, della vicinanza politica e spirituale che queste comunità avvertono nei confronti di Tehran. La pericolosità della ancora più rafforzata alienazione e marginalizzazione avvertita della comunità sciita pakistana dipende anche dal fatto che le comunità sciite si trovano maggiormente in alcune aree settentrionali del paese, alcune delle quali coincidono con le province “calde” del paese: Khyber Pakhtunkhwa, Balochistan e Gilgit-Baltistan.
Gli Accordi di Mecca e i suoi ‘nemici’ asiatici: l’Iran e l’Afghanistan
La recente intesa militare tra Kuwait e Pakistan sembrerebbe essere l’ultimo pezzo di una più ampia strategia di difesa che ha come centro il Golfo e il suo principale attore regionale, ovvero l’Arabia Saudita. Al tempo stesso, sembrerebbe anche estendersi il Medio Oriente includendo la Turchia. In altri termini, vista retrospettivamente, il recente accordo diplomatico-militare tra Islamabad e Kuwait City potrebbe essere letto come l’ultimo tassello di una strategia bellica più amplia che coinvolge la regione del Golfo, rappresentata dall’intesa Turchia-Pakistan-Arabia Saudita, nota come “Gli Accordi di Mecca”, siglati in Arabia Saudita lo scorso venerdì 7 agosto. Seguendo le informazioni disponibili, si tratta di un’altra intesa militare tra questi tre paesi per contenere principalmente l’influenza iraniana e israeliana nella regione e anche per far fronte alla difficoltà americana di garante della sicurezza regionale, nonché anche principale causa della crisi economica globale. Questi accordi ufficializzano un fronte e una contrapposizione geopolitica sempre più marcata tra questi tre paesi e India, Emirati Arabi Uniti e Israele. Quest’ultima triangolazione non è il prodotto di un’intesa formale tra i tre Paesi, bensì di una cooperazione strategica consolidatasi negli ultimi anni, fondata sulla convergenza di interessi comuni in ambito economico, tecnologico e geopolitico, nonché sulla condivisione di alcune priorità strategiche regionali. Ciò produce una contrapposizione strategica mirata non esclusivamente al contenimento della minaccia iraniana, ma anche al ridimensionamento di alcune potenze regionali, tra cui Emirati Arabi Uniti e Israele. Pertanto, questa quasi polarizzazione formalizza fratture regionali esistenti.
Al tempo stesso, non è chiara l’estensione della cooperazione militare e difensiva delle tre potenze musulmani, nonostante alcune dichiarazioni delle parti coinvolte. Tanto è vero che le attuali ostilità tra il movimento Ansar Allah – o Houthi – e Ryadh mostrerebbe il limite strategico di questa alleanza, in quanto la Turchia e Pakistan hanno espresso che non interverranno militarmente a difendere l’Arabia Saudita, pur avendo espresso la loro solidarietà a seguito degli attacchi del gruppo yemenita in territorio saudita. Più precisamente, seguendo la motivazione che avrebbe dato il portavoce del Ministero degli Esteri pakistano, le tre nazioni avrebbero ancora bisogno di tempo per ‘mettere in piedi’ l’organizzazione.
Conclusioni
La regione del Golfo è sempre stata di fondamentale importanza per il Pakistan, e viceversa. È quindi impossibile pensare di poter separare questi attori l’uno dall’altro, in quanto il Pakistan viene da sempre usato come piattaforma per poter proiettare l’egemonia delle cosiddette monarchie ‘sunnite’ in Asia meridionale; dall’altro lato, il Pakistan, soprattutto mediante la sua diaspora, contribuisce in modo decisivo al suo sviluppo economico. In tempi recenti si sta cementando una cooperazione sempre più forte tra ambedue parti, in cui Islamabad inizia a giocare un ruolo di protagonista. Andando più ancora in profondità, gli accordi di Mecca sembrano anche dire un’altra cosa: nonostante gli enormi problemi di stabilità politica, instabilità socioeconomica, sicurezza interna ed esterna, il Pakistan sta diventando un attore influente e indispensabile con cui dialogare per quanto riguarda non solo la sicurezza relativa all’Asia meridionale, ma adesso anche medio-orientale. Con o senza gli Stati Uniti d’America al suo fianco.

