Accordo USA-Corea del Sud per otto nuovi reattori: intesa strategica da 120 miliardi di dollari
Dagli ordini esecutivi al capitale coreano
Il 30 settembre 2026 il Dipartimento del Commercio statunitense ha pubblicato una dichiarazione congiunta con cui i due paesi presentano i primi tre progetti finanziati dal memorandum sugli investimenti strategici. L’intesa dà attuazione all’impegno di Seul a investire 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti, assunto in cambio di una riduzione dei dazi che ha portato l’aliquota applicata al 15%. Dei 350 miliardi, 150 erano destinati alla cantieristica navale, mentre i restanti 200 restavano aperti a progetti ritenuti utili alla sicurezza economica e nazionale. Il passaggio dal memorandum agli investimenti veri è stato lento: nel gennaio scorso Trump è tornato a minacciare dazi al 25%, e solo l’approvazione del parlamento sudcoreano ha evitato l’escalation. Anche l’annuncio di fine settembre ha avuto una gestazione tormentata, perché una settimana prima la parte nucleare era ancora in sospeso, a quanto riportato per le esitazioni di alcuni funzionari americani sul dispiegamento dell’APR1400 coreano. Il quadro più ampio, ricostruito dal KEIA (Korea Economic Institute of America), mostra inoltre un trimestre ricco di impegni oltre i tre progetti: accordi su IA e infrastrutture nati dal vertice di San Francisco di luglio, investimenti incrociati in tecnologia ed energia e una crescente cooperazione industriale nella difesa, con Hanwha che ha annunciato 2,2 miliardi per uno stabilimento di munizioni in Arkansas.
Per capire perché il nucleare sia entrato nel pacchetto bisogna tornare agli ordini esecutivi del maggio 2025. L’ordine 14302 parte da una diagnosi netta: la dipendenza dell’industria americana da fonti estere lungo tutto il ciclo del combustibile e il fatto che l’87% dei reattori installati nel mondo dal 2017 si basi su progetti di due soli paesi stranieri. Da qui l’obiettivo di dieci grandi reattori con progetto completo in costruzione entro il 2030, insieme a 5 GW di potenziamenti degli impianti esistenti, da sostenere attraverso il Loan Programs Office del DOE. L’ordine 14299 guarda invece all’estero: affida al Dipartimento di Stato il compito di negoziare almeno venti nuovi accordi di cooperazione nucleare, prevede decisioni sulle autorizzazioni all’export entro trenta giorni dalla domanda completa e chiede di mobilitare strumenti finanziari come la DFC e l’Export-Import Bank. Project Power si colloca dove le due strategie si incontrano. Ricostruire la filiera interna richiede ordini e capitale, e un alleato con una solida esperienza di cantiere può fornire entrambi. Lo ha detto apertamente il segretario al Commercio Lutnick, secondo cui l’obiettivo è creare la catena di fornitura per diventare l’esportatore mondiale di nucleare.
Tre progetti, e al centro Project Power
L’annuncio comprende tre progetti molto diversi per natura. Project Star è una centrale a gas a ciclo combinato da 22,3 miliardi di dollari e 6.472 MW a Encinal, in Texas, destinata ad alimentare data center collegati direttamente all’impianto. Sarà sviluppata da una joint venture tra Related Companies e NextEra Energy Resources, con Lewis Energy Group che fornirà sito, gas e acqua. La prima fase entrerà in esercizio nel 2029 e la piena capacità è attesa nel 2032. Il documento prevede un coinvolgimento ampio delle imprese coreane in forniture, ingegneria, costruzione e manutenzione, e Washington si impegna a offrire loro l’opportunità di fornire turbine ad altri progetti simili. Il via libera della commissione commerciale del parlamento di Seul ne fa il progetto più avanzato dei tre. Mostra quanto il binomio IA-energia pesi sulle scelte americane, e quanto il gas resti, nel breve periodo, la risposta più rapida alla domanda elettrica.
Project North riguarda invece l’Alaska LNG, per cui è stato concordato solo l’avvio dei lavori, subordinato ai criteri di ragionevolezza commerciale del memorandum e ai requisiti giuridici interni. Gli Stati Uniti si impegnano a favorire i fornitori coreani e, per quanto possibile, a garantire contratti di acquisto a prezzi sostenibili con accesso prioritario per Seul. Il valore stimato oscilla tra i 50 e i 54 miliardi a seconda delle fonti, e per il KEIA la decisione definitiva è ancora pendente.
Project Power è il più grande dei tre e prevede sei AP1000 di Westinghouse e due APR1400 della coreana KHNP. Si tratta di reattori ad acqua pressurizzata di grossa taglia, con una potenza di 1.110 MWe per l’AP1000 e di 1.400 MWe per l’APR1400. Le due tecnologie hanno storie operative diverse: otto APR1400 sono in funzione, quattro in Corea e quattro negli Emirati Arabi Uniti, mentre i sei AP1000 attivi nel mondo sono due negli Stati Uniti e quattro in Cina. Dei 120 miliardi, 100 coprono i costi di costruzione e 20 una riserva per imprevisti, che viene comunque conteggiata nell’investimento. I due governi hanno poi concordato di cooperare per trasferire un anticipo da 10 miliardi entro fine anno, destinato all’acquisto immediato dei componenti con tempi di fornitura più lunghi. Tra i partecipanti figurano i Dipartimenti del Commercio e dell’Energia, il governo coreano, Westinghouse, KEPCO e KHNP. Il quadro contempla infine un investimento coreano di minoranza, ma significativo, in Westinghouse: secondo Brookfield, azionista insieme a Cameco, la quota sarebbe compresa tra il 5% e il 10%, mentre Cameco precisa che l’operazione non dovrebbe intaccare la propria partecipazione.
Il documento resta però vago su due punti cruciali, dove e quando: i siti sono indicati come da specificare e i singoli progetti saranno annunciati separatamente man mano che luoghi, tempi e condizioni commerciali verranno definiti. Qualche indizio viene da fuori. Lutnick ha citato Ohio, Tennessee, South Carolina e Kentucky. Brookfield ha parlato di AP1000 in coppia su tre siti federali e di APR1400 anch’essi su terreni federali, mentre Cameco indica che le prime due unità AP1000 aprirebbero la fase di costruzione. Il quadro è inoltre distinto dal finanziamento condizionale del DOE per la filiera nucleare americana, nel cui ambito i tempi di costruzione degli AP1000 potrebbero ridursi fino a tre anni. Il ricorso ai terreni federali richiama la logica degli ordini esecutivi, che puntavano proprio su di essi per accelerare i tempi autorizzativi.
Il nodo APR1400 e le incognite
La parte più delicata riguarda i reattori coreani. Nel 2022 Westinghouse aveva fatto causa a KHNP e KEPCO sostenendo che l’APR1400 incorporasse proprietà intellettuale propria e che quindi ne servisse l’autorizzazione per l’export. La disputa si è chiusa con un accordo all’inizio del 2025, i cui termini non sono ufficiali. Secondo il Financial Times, prevederebbero il pagamento di 825 milioni di dollari tra beni, servizi e royalty per ogni reattore esportato nell’arco di cinquant’anni e il divieto di vendere l’APR1400 in Nord America, Europa e Giappone, tanto che alcuni parlamentari sudcoreani hanno parlato di un contratto che cede sovranità nucleare. Il nuovo quadro aggira il problema con una deroga una tantum. Secondo Cameco, consentirà la costruzione negli Stati Uniti di fino a due APR1400, a fronte di un compenso a Westinghouse di circa 2 miliardi per unità, tra licenze di proprietà intellettuale, servizi di ingegneria e approvvigionamento, subappalti e fornitura di combustibile. Seul ottiene così l’accesso al mercato americano, ma dentro il perimetro tecnologico e commerciale di Westinghouse, la cui dirigenza ha definito l’annuncio un momento decisivo per il nucleare statunitense.
Le incognite restano molte. Il quadro non è vincolante ed è subordinato ad accordi definitivi, individuazione dei siti, autorizzazioni e finanziamenti. Tra i rischi elencati dalla società figurano anche la possibilità che governo americano e coreano ricorrano a meccanismi di finanziamento non convenzionali e che qualche autorità ne contesti la conformità alla legge. Il tutto si inserisce nella partnership annunciata nell’ottobre 2025 tra Dipartimento del Commercio, Brookfield e Cameco per costruire reattori Westinghouse e nell’obiettivo di quadruplicare la capacità nucleare civile americana entro il 2050. Dal lato coreano, la prova dei prossimi mesi sarà vedere se i reattori supereranno la valutazione di sostenibilità commerciale impianto per impianto prevista dal memorandum e se gli impegni ancora pendenti, a cominciare da Project North, passeranno dall’annuncio all’attuazione.
Svolta industriale o promessa sulla carta?
Gli ordini esecutivi del 2025 avevano indicato la direzione, e l’accordo con Seul offre il primo finanziatore estero per percorrerla. Ma finché non ci saranno siti, calendari e contratti, Project Power resta un quadro di intenti. Gli ultimi mesi del 2026, a partire dall’anticipo da 10 miliardi, diranno se l’annuncio diventerà cantieri aperti e quindi segnerà il definitivo riavvio dell’industria nucleare statunitense. Se ciò avvenisse sarebbe una decisa svolta verso il ritorno del nucleare nelle politiche occidentali, dato che, nonostante le attuali diatribe e fessure presenti tra le due sponde dell’Atlantico, è indubbio che i trend lanciati dagli USA smuovono anche gli altri partner occidentali. Fondamentale in questo senso sarà l’expertise coreana nella costruzione di grandi reattori, che dovrà dimostrare di poter mantenere l’affidabilità in tempi e costi osservata con i reattori negli Emirati Arabi Uniti. Le sfide sono importanti e gli ostacoli, anche inattesi, possono sicuramente influenzare la riuscita di questo progetto; nei prossimi mesi si potrà capire se il “Project power” diventerà la scintilla d’accensione del cosiddetto rinascimento nucleare o l’ennesimo Megaprogetto impantanato tra costi elevati e tempi lunghi.

