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12/05/2026
Medio Oriente e Nord Africa

Hormuz e petrodollaro: la leva yuan nelle mani del Golfo

di Filippo Fabbri

La crisi in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz stanno riattivando dinamiche che vanno oltre la dimensione energetica, incidendo sugli equilibri monetari globali. In questo contesto, la crescente apertura degli Emirati Arabi Uniti all’utilizzo dello yuan nelle transazioni petrolifere segnala un possibile punto di svolta nel paradigma del “petrodollaro”, storicamente alla base dell’egemonia internazionale del dollaro. Pur non configurando, nel breve periodo, una minaccia sistemica, tali sviluppi riflettono una progressiva erosione dei pilastri economici e securitari che hanno sostenuto questo assetto negli ultimi decenni.

Donald Trump e il suo Secretary of Commerce Scott Bessent hanno espresso apertura all’attivazione di misure di sostegno della valuta e della liquidità emiratina, inclusa la creazione di una linea di swap valutario, qualora formalmente richieste. Nonostante le smentite ufficiali, sarebbe stato lo stesso governatore della Banca Centrale emiratina (CBUAE) Khaled Mohamed Balama a paventare l’idea durante incontri ufficiali a Washington delle scorse settimane. In questo contesto, Abu Dhabi ha segnalato la possibilità di ricorrere alla denominazione delle esportazioni petrolifere e di altre transazioni in yuan cinesi (RMB) o in valute alternative, qualora il protrarsi del blocco dello Stretto di Hormuz e degli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche continuasse a comprimere le entrate in valuta estera e a erodere la fiducia degli investitori. Per comprendere il reale significato dell’operazione negoziale effettuata dagli UAE, occorre analizzare il rischio effettivo cui il paradigma del “petrodollaro” è esposto dall’attuale crisi in Medio Oriente.

Importanza del petrodollaro per l’egemonia del dollaro

La nascita del paradigma del “petrodollaro” risale all’accordo informale del 1974 tra Stati Uniti e Arabia Saudita. In cambio di forniture militari e garanzie securitarie statunitensi, Riyadh si impegnava a prezzare le proprie esportazioni petrolifere in dollari, reinvestendo il surplus in asset denominati in dollari statunitensi. Nonostante il petrolio saudita fosse già in larga parte prezzato in dollari, l’accordo, cui vennero presto cooptate le altre monarchie del Golfo, consolidò lo status del dollaro come valuta del commercio globale: data la centralità delle fonti fossili all’interno delle catene del valore globali, risultò naturale prezzare in dollari anche gli output a valle, nonostante le pressioni inflazionistiche che ne avevano messo in discussione il ruolo come valuta di riserva globale. Inoltre, l’accordo garantiva una fonte stabile di domanda per i titoli del Tesoro statunitensi, con le monarchie del Golfo che si affermarono come la principale fonte di nuovi flussi di credito verso gli US dalla metà degli anni Settanta, sostenendo la stabilizzazione macroeconomica nel periodo post-Vietnam.

Il petroldollaro oggi

L’analisi della chief economist di Column Jess Hoversen evidenzia come le entrate petrolifere dei Paesi del Golfo siano state progressivamente riallocate verso asset alternativi ai titoli del Tesoro US. Oggi, ad esempio, gran parte del surplus saudita è gestito dal Saudi Arabia’s Public Investment Fund e destinato soprattutto a investimenti domestici e megaprogetti. Discorso analogo per i fondi sovrani di UAE e Kuwait, i quali hanno diversificato il portafoglio verso asset eterogenei, tra cui partecipazioni nella Premier League e investimenti in imprese cinesi. Se la funzione di reinvestimento dei “petrodollari” nel debito pubblico statunitense si è progressivamente ridimensionata, l’importanza che la denominazione in dollari delle transazioni energetiche continua ad avere per l’egemonia del dollaro come valuta di scambio e di riserva globale è rimasta inalterata. Tuttavia, una serie di dinamiche più e meno recenti ne ha attenuato il primato come valuta di denominazione delle transazioni energetiche dei Paesi del Golfo. In questo contesto, alcune conseguenze dell’operazione Epic Fury rischiano di accentuare tali tendenze, intersecandosi con gli sforzi di lungo periodo da parte della Repubblica Popolare Cinese (RPC) volti a ridurre la propria dipendenza dal dollaro e a mitigare l’esposizione a strumenti di coercizione geoeconomica statunitense.

Un fattore strutturale di indebolimento del “petroldollaro” è rappresentato dalla netta riduzione delle importazioni energetiche americane dal Golfo, conseguente allo sviluppo dell’estrazione tramite fratturazione idraulica (fracking). L’espansione della produzione domestica ha reso gli Stati Uniti esportatori netti di energia dal 2019. Oggi, la maggior parte delle esportazioni energetiche del Golfo, circa l’80% del petrolio transitante per lo Stretto di Hormuz, è diretta verso l’Asia. Prima della crisi, circa il 42% delle importazioni petrolifere della RPC transitavano attraverso lo Stretto. In tale contesto, Pechino ha intensificato gli sforzi per promuovere l’adozione di meccanismi di regolamento delle transazioni energetiche alternativi al dollaro, e rafforzare l’integrazione finanziaria con i Paesi del Golfo. Ciò include la promozione del CIPS come infrastruttura di pagamento in RMB alternativa allo SWIFT americano, e l’incentivazione della denominazione in yuan delle importazioni energetiche dal Golfo, sostenuta anche dal ricorso della Russia e dell’Iran a transazioni in RMB come modalità per aggirare i regimi sanzionatori.

La diversificazione strategica dei Paesi del Golfo

A partire dal primo mandato Trump, le monarchie del Golfo si sono mostrate disposte a differenziare le proprie forme di partenariato strategico, promuovendo una riduzione dell’esposizione al dollaro e un rafforzamento dell’integrazione economica, finanziaria e industriale con la RPC. La Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti (CBUAE) figura tra i partner fondatori del progetto mBridge della Bank for International Settlements (BIS), volto a utilizzare le valute digitali delle banche centrali partecipanti, mediante tecnologia a registro distribuito, per consentire regolamenti transfrontalieri al di fuori della rete SWIFT. L’Arabia Saudita ha aderito al progetto nel 2024. Tuttavia, il disimpegno della BIS nello stesso anno rischia di favorirne un’evoluzione a trazione cinese. Già nel 2023, la Banca Centrale Saudita aveva sottoscritto un accordo di swap valutario con la Banca Popolare Cinese (PBOC) per il valore di 50 miliardi di yuan (6,93 miliardi di dollari), seguita pochi giorni dopo dal rinnovo dell’accordo di swap tra la PBOC e la CBUAE, corrispondente a circa 18 miliardi di dirham (35 miliardi di yuan). La finalità degli accordi è stata quella di “espandere l’uso delle valute locali e promuovere scambi e investimenti”.

Tale strategia di diversificazione è in larga misura determinata dalla progressiva erosione dei due pilastri fondativi del paradigma del “petrodollaro”. Infatti, non solo si sono ridotti gli scambi energetici tra i paesi del Golfo e gli US e l’investimento del surplus in asset denominati in dollari, ma si è anche indebolita la credibilità della garanzia securitaria statunitense, come evidenziato dalla risposta americana percepita come insufficiente agli attacchi Houthi contro infrastrutture energetiche saudite del 2019. Da questo punto di vista, il via libera di Trump agli attacchi contro l’Iran senza previo coordinamento con gli alleati e nonostante la nota vulnerabilità delle infrastrutture energetiche regionali a potenziali ritorsioni iraniane, ha confermato le preoccupazioni dei Paesi del Golfo, già acuite dal raid israeliano in Qatar del settembre 2025.

Il blocco di Hormuz aumenta le minacce al “petrodollaro”

In tale contesto, il paradigma del “petroldollaro” è stato ulteriormente messo sotto pressione dalla minaccia iraniana di introdurre un sistema di pedaggioin yuan per il transito nello Stretto di Hormuz, nonché dalla possibilità, paventata da Teheran, di autorizzare il passaggio di un numero limitato di petroliere, subordinandolo alla regolazione delle transazioni petrolifere in RMB. Teheran appare consapevole del potenziale impatto che la paralisi del commercio petrolifero internazionale in dollari e l’aumento delle transazioni denominate in yuan possono avere sul ruolo internazionale del dollaro. Tali dinamiche contribuiscono inoltre a chiarire ulteriori aspetti della logica alla base del blocco navale globale imposto dagli US alle petrolifere attive nel commercio di greggio iraniano.

Sebbene le minacce iraniane evidenzino crescenti pressioni sul paradigma del petroldollaro, nel contesto attuale non configurano di per sé un rischio sistemico per la posizione del dollaro come valuta dominante nel commercio globale, alla luce della profondità, ampiezza e liquidità dei mercati finanziari statunitensi e dell’apertura del conto capitale, che continuano a renderlo una soluzione preferibile al RMB. Tuttavia, gli UAE sono consapevoli che un’eventuale generalizzazione della denominazione in yuan alle future transazioni commerciali dei Paesi del Golfo costituirebbe un reale rischio per il ruolo internazionale del dollaro. In altre parole, un’erosione significativa del ruolo del dollaro nella regolazione delle transazioni energetiche dal Golfo potrebbe contribuire a una riduzione del suo ruolo egemonico a livello internazionale e aprire le porte a un “multipolarismo valutario” nel commercio globale, con implicazioni dirette sulla capacità degli Stati Uniti di esercitare leve di coercizione geoeconomica.
Proprio la consapevolezza di questo rischio ha ampliato il margine di manovra negoziale dei Paesi del Golfo nei confronti degli US, configurando una vulnerabilità geoeconomica che si aggiunge alle ulteriori criticità tattiche e strategiche emerse per Washington dall’inizio dell’operazione Epic Fury. Per tale motivo gli UAE, nonostante le grandi riserve di valuta estera a disposizione, espanse dal recente accordo di swap valutario con il Bahrain per un totale di 5,4 miliardi di dollari, hanno scelto di usare la crescente connettività finanziaria in RMB come strumento di coercizione economica e statecraft finanziario contro Washington per alterare la bilancia del potere negoziale, ottenendo concessioni dall’amministrazione Trump.

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