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28/05/2026
Cina e Indo-Pacifico

Una “Svolta Geoeconomica” per le Filippine: la Zona per La Sicurezza Economica e l’allargamento del Corridoio Economico del Luzon.

di Matteo Piasentini

Nel 2026 Stati Uniti e Filippine hanno annunciato l’apertura di una “Zona per la Sicurezza Economica” nelle Filippine, un’iniziativa volta ad accelerare lo sviluppo di tecnologie legate all’intelligenza artificiale, “protette” nel territorio di un alleato statunitense. Tale iniziativa è stata poi seguita dall’ annuncio dell’espansione del piano infrastrutturale del Corridoio Economico del Luzon, già sostenuto da Giappone e USA, con l’inclusione di alcuni partner chiave europei tra cui l’Italia. Tali progetti mirano a rafforzare catene di approvvigionamento strategiche e a consolidare l’allineamento di Manila con Washington, espandendo la cooperazione in materia di difesa tra Manila e partner occidentali anche alla dimensione geoeconomica. Tuttavia, sostenere con successo il legame tra sviluppo e sicurezza sarà una sfida per Manila, data la preponderante asimmetria di potere che la lega a Washington e vulnerabilità domestiche, prima tra tutte l’incombente stagione elettorale nel 2028.

La creazione di un mega-parco industriale, tra esigenze di friendshoring e sviluppo

Nell’aprile del 2026, gli stati uniti e le filippine hanno annunciato l’apertura di un parco industriale di circa 4000 ettari a nord della capitale Manila, in un’area nota a Washington per aver ospitato -ai tempi- una delle più grandi basi aeronautiche del Pacifico. Ora, questa città chiamata Clark New Town ospiterà il più grande investimento americano nell’ex colonia, con la visione di creare un immenso parco industriale, anche chiamato una “Zona per la Sicurezza Economica” consistente nella creazione di “catene di approvvigionamento condivise nei minerali critici, nei semiconduttori, nell’elettronica e in altri beni, nonché attrazione di investimenti privati di alta qualità fondamentali per Pax Silica”. Il parco mira alla creazione di un ecosistema industriale volto allo sviluppo e creazione di tecnologie legate all’intelligenza artificiale e, soprattutto, considerate critiche per la sicurezza nazionale statunitense. In altre parole, si tratta di un’enorme operazione di friendshoring in un paese che si sta dimostrando un alleato e partner securitario chiave per gli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, e favorita da un accordo sull’approvvigionamento di minerali critici nello scorso febbraio: da un lato gli USA potranno garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento di hardware e soprattutto di Nickel (le Filippine sono il secondo produttore mondiale di tale minerale), dall’altro, le Filippine gioveranno della creazione di posti di lavoro, e di trasferimenti di capitale e know-how essenziali per la scalata dell’industria del Paese verso posizioni più elevate nelle catene del valore, specie legato all’industria dei semiconduttori. 

L’espansione del Corridoio Economico del Luzon 

Un dato interessante è come questo parco, supportato dall’iniziativa USA Pax Silica, volta a ridurre le dipendenze americane dai minerali critici cinesi, sia anche supportata da un’iniziativa infrastrutturale, chiamata “Corridoio Economico del Luzon” (Luzon Economic Corridor – LEC) lanciata due anni fa dal summit trilaterale tra Marcos Jr, l’ex-premier giapponese Kishida e l’ex presidente USA Biden. In aggiunta, poche settimane dopo l’annuncio della creazione del mega parco, otto paesi tra cui Australia, Canada, Danimarca, Francia, Corea del Sud, Svezia, Regno Unito e anche l’Italia, hanno annunciato l’adesione tramite proprie industrie e istituti finanziari al LEC. Va sottolineato come sembra esserci una chiara associazione tra queste iniziative economiche e il recente sviluppo delle partnership securitarie con tali Paesi, dato che oltre all’alleato statunitense, durante l’amministrazione del presidente Marcos Jr. le Filippine intrattengono rapporti di cooperazione militare alquanto intensi con ciascuno dei partner menzionati. 

La Svolta Geoeconomica delle Partnership Securitarie di Manila

Questi sviluppi -alquanto sorprendenti- dimostrano come l’architettura securitaria di cui le Filippine fanno parte si stia evolvendo in una prospettiva multilivello, e come tale evoluzione sia anche il risultato di una maggiore consapevolezza da parte dei nuovi partner di Manila di come senza la creazione di legami economici-strategici profondi, per diverse ragioni.

Innanzitutto, la creazione del Luzon Corridor e la svolta geo-economica della cooperazione tra alleati è il risultato delle interazioni trilaterali tra Filippine, Stati Uniti e Giappone. L’idea di creare il LEC sembra infatti essere stata maturata dall’amministrazione Biden (proposta in seno al G7) e supportata dalle Filippine, vedendo come necessaria l’inclusione del Giappone, senza il cui expertise in sviluppo infrastrutturale soprattutto in Asia, tale ambizioso progetto non avrebbe mai visto la luce. Di fatto, il Luzon Corridor emula le “promesse” di altre note iniziative economico-infrastrutturali quali la Belt and Road e sottintende come esista anche tra alleati USA l’idea che l’angolo della competizione infrastrutturale abbia profondi effetti nel cementificare l’allineamento dei Paesi in via di sviluppo, o quantomeno evitare la defezione di alleati più deboli e vulnerabili. 

In secondo luogo, il LEC e il Parco Industriale di Clark sottintendono come il “friendshoring” appaia una necessità impellente anche per questa amministrazione, e come Manila stia effettivamente giocando le sue carte nel caos dell’amministrazione Trump. È infatti noto come, nonostante un dazio imposto al 19% lo scorso anno (i cui effetti però sono tati mitigate da negoziazioni settoriali) e la crisi energetica causata dalla guerra con l’Iran, le Filippine stiano ricevendo attenzioni speciali dall’alleato statunitense: si pensi al Segretario di Stato Rubio il quale, già come senatore durante il precedente ciclo amministrativo, aveva avanzato una proposta di legge volta a rafforzare la sicurezza delle Filippine (mosso da un marcato sentimento anti-comunista) che conteneva misure simili a quelle a cui ora si sta effettivamente assistendo. In aggiunta, fu proprio Rubio nel luglio 2025 a ribadire -in sorprendente continuità con l’amministrazione Biden- la necessità di rafforzare il Corridoio del Luzon e la cooperazione trilaterale con il Giappone. L’attuale espansione della cooperazione è dunque frutto di un continuum strutturale di riorganizzazione del potere economico americano e delle catene di approvvigionamento che – anche se con aggiustamenti- perdura tra diverse amministrazioni USA.

In terzo luogo, l’annuncio contestuale della creazione dell’Area industriale e dell’espansione del LEC non sembrano casuali, ma legate invece alla politica domestica filippina. Oltre che a soffrire un oggettivo deficit infrastrutturale e coltivare preoccupazioni circa la tenuta di un sistema economico troppo sbilanciato verso l’economia di consumo, la Zona di Sicurezza Economica e il Luzon Economic Corridor potrebbero essere un’”eredità” del presidente Ferdinand Marcos Jr., la cui amministrazione è tutt’ora in affanno dati gli scandali di corruzione e la faida con la vice presidente Sara Duterte. Nello specifico, più che il presidente uscente, il quale è già effettivamente una “sitting duck” dato che la Costituzione ne impedisce la rielezione, la fazione legata ai Marcos e l’establishment militare filippino si trovano a fronteggiare il rischio che tali allineamenti con USA e potenze occidentali possano essere disfatti o compromessi dall’avvento di Sara Duterte, figlia dell’ex presidente Rodrigo Duterte. Quest’ultimo è noto per aver provato a disallineare il Paese dallo storico alleato statunitense in favore della Cina, facendo anche leva sulla necessità di attrarre capitali cinesi per promuovere il suo piano infrastrutturale chiamato “Build Build Build”.  In sostanza, potrebbe esserci una convergenza tra la necessità dell’establisment di sicurezza filippino e dei partner securitari del Paese di creare un “modello” da poter replicare in futuro e mantenere il paese allineato alle esigenze strategiche di Washington nell’Indo-Pacifico. 

Sfide e Criticità

Questo tentativo di espandere la cooperazione securitaria in una più spiccata dimensione geoeconomica tuttavia non sembra privo di sfide. Innanzitutto, le Filippine devono subire pressioni statunitensi nel dettare le condizioni di tali investimenti strategici: emblematico il tentativo USA di imporre la common law statunitense nel futuro parco industriale a protezione degli investimenti futuri. La proposta, poi respinta dalle Filippine, è tuttavia un indicatore di come Manila, pur avendo certamente ottenuto un risultato “storico” nella cementificazione dell’alleanza con Washington, dovrà gestire la propria dipendenza asimmetrica dal capitale e dal potere americano, in un contesto di crescenti pressioni cinesi. In aggiunta, sebbene il Luzon Economic Corridor sia stato annunciato e sia sopravvissuto al cambio di amministrazione a Washington e Tokyo, il progetto dovrà accelerare ed implementare significative iniziative prima del ciclo elettorale filippino, pena il rischio di subire sostanziali modifiche e ritrattazioni con una possibile amministrazione meno filo-americana a Malacañang nel 2028. 

Conclusione

In conclusione, questi recenti sviluppi in ambito di sicurezza geoeconomica testimoniano come questi teatri siano intimamente interconnessi nell’attuale Indo-Pacifico. Non solo, si evidenzia come le necessità di friendshoring di USA e alleati occidentali si intersechino con le esigenze di sviluppo di alleati “trascurati” come spesso le Filippine si sono descritte o auto-percepite. Se da un lato questa dinamica evidenzia come imperativi strategici fanno si che i futuri investimenti strategici occidentali possano non necessariamente seguire logiche neoliberiste di commercio e investimenti, dall’altro l’emergere di legami sempre più stretti tra difesa territoriale e sviluppo portano Paesi relativamente deboli ad accettare la creazione di legami economici irreversibili nel breve periodo con partner e alleati molto più capaci, in un contesto di profonda asimmetria. Se, come si dice ora nell’establishment di sicurezza filippino “Economic Security is National Security”, rimane aperta la questione se le Filippine riusciranno a trasformare queste iniziative in un volano di sviluppo e ascesa nelle catene del valore, rendendo Manila un alleato in grado di svolgere funzioni autonome di mantenimento dell’ordine regionale, o se le vulnerabilità politiche e istituzionali del Paese, nonché la gestione clientelare del proprio sistema economico, cementificheranno invece le dipendenze dal potere militare e finanziario straniero.