Esiste, negli studi strategici, un’idea scomoda per chi vive nel continente: che l’Europa, nel caso di una guerra sul proprio territorio, sarebbe il luogo dello scontro assai più che l’autore della decisione. La formula riassume una lettura di scuola realista, da Kenneth Waltz alla variante offensiva di John Mearsheimer, e affonda nella geopolitica di Nicholas Spykman, che collocava nel rimland eurasiatico lo spazio conteso dalle grandi potenze. In questa prospettiva l’Europa è il teatro, non il regista: il tavolo su cui si gioca la partita per l’egemonia, non la mano che distribuisce le carte.
La tesi è solida, ma ha un limite che il 2026 rende visibile. Proprio mentre gli Stati Uniti mostrano una crescente riluttanza a farsi garanti della sicurezza europea, il continente ha avviato un riarmo senza precedenti dalla fine della Guerra fredda, e Mosca ha spostato parte del proprio sforzo dalla forza militare alla manipolazione delle opinioni pubbliche. Vale la pena esaminarla per intero, riconoscendone il nucleo corretto e i punti in cui la realtà la sta già correggendo.
L’Europa come oggetto strategico e il triangolo sistemico
La premessa che l’Europa non decida delle proprie sorti poggia su un’asimmetria di capacità. L’architettura di sicurezza del continente coincide quasi per intero con la NATO, la cui spina dorsale logistica, di intelligence e di comando resta statunitense, così come statunitense è l’ombrello nucleare che copre gli alleati. L’Unione europea, malgrado la Bussola strategica e i programmi di difesa avviati, non dispone di una struttura di comando e controllo integrata e autonoma, né della profondità necessaria a sostenere da sola un conflitto ad alta intensità prolungato.
Ne discende che la probabilità di una guerra in Europa è una funzione delle tensioni globali più che delle dinamiche interne al continente. Il calcolo si gioca su tre vertici. Gli Stati Uniti identificano nella Cina la minaccia di riferimento e nell’Indo-Pacifico il baricentro strategico del secolo, per cui ogni risorsa vincolata in Europa è una risorsa sottratta al contenimento di Pechino.
La Cina, dal canto suo, ha interesse a che la Russia tenga Washington ancorata al fronte europeo: più gli Stati Uniti devono presidiare l’Europa, meno possono concentrarsi su Taiwan e sul Mar Cinese Meridionale. Mosca, infine, percepisce la prossimità della NATO come una minaccia esistenziale e insegue il ripristino di una fascia di sicurezza che riporti sotto la propria influenza le ex repubbliche sovietiche.
Il nesso non è teorico. Nel 2026 la Cina fornisce circa il 90 per cento delle importazioni tecnologiche russe sotto sanzione, sostenendo di fatto l’economia di guerra del Cremlino, mentre gli Stati Uniti hanno avviato un ridimensionamento della presenza militare in Europa, lungamente annunciato ma ad ora solo minimamente posto in essere, e un riorientamento verso l’Asia riconosciuto dalla stessa Alleanza. Qui va introdotta una prima correzione: quel sostegno riflette meno un disegno cinese di finanziare una guerra europea che una dipendenza asimmetrica di Mosca da Pechino, la quale conserva l’opzione di ridurre l’appoggio se i costi crescono, come rileva l’Istituto dell’UE per gli studi sulla sicurezza.
Il calcolo della deterrenza e la finestra dell’innesco
La tesi centrale, per cui la riluttanza americana apre lo spazio all’azione russa, è un’applicazione della teoria della deterrenza, che poggia su due pilastri: la capacità, cioè disporre delle armi, e la volontà, cioè essere disposti a usarle e a sopportarne i costi. Se il primo pilastro resta saldo, è il secondo a essere messo in dubbio da un disimpegno americano che si manifesta in dichiarazioni ondivaghe e nel trasferimento di assets verso il Pacifico.
Va evitato però un fraintendimento ricorrente. L’Articolo 5 del Trattato di Washington non prevede alcun automatismo militare: impegna ciascun alleato all’azione che riterrà necessaria, inclusa ma non obbligatoriamente la forza armata. Il problema non è dunque l’applicazione mancata di un obbligo automatico, ma l’erosione della credibilità percepita della garanzia, che è cosa diversa e più sfuggente: non l’obbligo, ma la volontà reale di un intervento statunitense.
Il punto decisivo è temporale. Alcune valutazioni d’intelligence ritengono che finché la Russia resta impegnata in Ucraina, sia quasi escluso un conflitto convenzionale con la NATO; la finestra si aprirebbe nel dopoguerra, con un orizzonte che le valutazioni europee collocano fra il 2027 e il 2030. Nel frattempo l’esercito russo si sta ricostituendo più rapidamente del previsto, il che rende la scadenza meno remota di quanto si creda.
In questo scenario Mosca non punterebbe a un’invasione su larga scala, per la quale manca la capacità di generazione di forze nel breve periodo, ma a operazioni rapide e limitate: il corridoio di Suwałki fra Polonia e Lituania, i Paesi baltici, o un attore non-NATO come la Moldavia. L’obiettivo sarebbe esporre il bluff della garanzia occidentale, fratturare politicamente l’Alleanza e imporre un nuovo ordine di sicurezza sul fatto compiuto.
Resta un margine che nessun modello elimina: quale grado di riluttanza americana Mosca debba percepire per autorizzare un’azione cinetica contro un membro dell’Alleanza non è determinabile a priori. Il rischio maggiore non è il calcolo freddo, ma l’errore di calcolo, la possibilità che il Cremlino sopravvaluti il disimpegno di Washington e agisca su una lettura sbagliata della sua reale volontà.
La guerra cognitiva e l’assedio alla volontà
C’è un vettore che agisce sul secondo pilastro della deterrenza, la volontà, ma dall’interno delle società europee e prima ancora che un colpo venga sparato. La guerra ibrida russa, nella sua componente informativa, non mira a distruggere le capacità del continente bensì a dissolverne la determinazione, lavorando sul terreno del consenso democratico. È la zona grigia in cui lo scontro fra Mosca e lo spazio euro-atlantico si è progressivamente spostato.
La macchina cognitiva del Cremlino, stimata attorno ai due miliardi di dollari l’anno e potenziata dall’intelligenza artificiale generativa, ha superato le tecniche di clonazione dei media occidentali per passare alla produzione di massa di contenuti falsi. Nel solo primo scorcio del 2026 si contano oltre centocinquanta episodi ibridi sospetti attribuiti alla Russia nell’area euro-atlantica, con la Germania in cima alla lista.
Il contenuto di quei messaggi è ricorrente: NATO e Unione europea come veri aggressori, mossi da “russofobia” e da spirito guerrafondaio. Il quarto rapporto FIMI del Servizio europeo per l’azione esterna, del marzo 2026, indica fra gli obiettivi espliciti della manipolazione informativa proprio l’indebolimento del sostegno all’Ucraina e degli sforzi per rafforzare la difesa europea.
Non è casuale che il bilancio russo per il 2026 riveda la spesa militare e aumenti i fondi per la propaganda televisiva: un travaso che segnala lo spostamento verso l’offensiva sul terreno cognitivo. La logica è quella della vecchia riflessività sovietica, il controllo riflessivo, applicata alle democrazie aperte e calibrata sulle scadenze elettorali, dalle elezioni ungheresi dell’aprile 2026 ai voti regionali tedeschi.
Il risultato cercato è duplice. Se una parte consistente degli elettorati europei si convince che un’eventuale guerra nascerebbe dalla postura aggressiva dei propri governi, la volontà di difendersi si spegne per via democratica, non per una scelta di Washington. E la stessa narrazione precostituisce, agli occhi di quelle opinioni pubbliche, la legittimazione di una futura operazione limitata presentata come reazione difensiva. La deterrenza, in questo modo, rischia di essere aggirata prima ancora di essere messa alla prova.
L’Europa che prova a diventare soggetto
Qui la tesi realista incontra il suo limite più serio, perché descrive un’Europa passiva mentre il continente ha cominciato a muoversi. Il piano ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030, mobilita fino a ottocento miliardi di euro e ha visto attivare la clausola di salvaguardia del patto di stabilità per diciotto Stati membri; la spesa militare europea è cresciuta del 14 per cento nel 2025 e al vertice dell’Aia gli alleati hanno concordato l’obiettivo del 5 per cento del PIL entro il 2035.
Il riarmo, tuttavia, sconta due limiti. Il primo è materiale e temporale: le scorte di equipaggiamento restano sotto i livelli del 2021 e le stime sul costo di una difesa europea senza gli Stati Uniti indicano tempi lunghi, mentre lo scarto missilistico resta una vulnerabilità aperta. Si apre così una corsa fra la ricostituzione militare del continente e la finestra russa del dopo-Ucraina.
Il secondo limite è quello che la guerra cognitiva prende di mira: il consenso. Nessuno stanziamento produce deterrenza se le opinioni pubbliche non ne sostengono il costo, e costruire quel consenso è oggi un problema politico non meno arduo del reperire i fondi. È il ventre molle del riarmo, ed è esattamente lì che le operazioni informative russe concentrano la pressione.
La tesi di partenza resta dunque vera nel suo nucleo: se gli Stati Uniti si alzano dal tavolo per concentrarsi sul Pacifico, la Russia proverà a occupare lo spazio lasciato libero, e l’Europa rischia di subire una decisione presa altrove. Ma la vecchia legge del realismo, per cui il continente è soltanto oggetto, sta diventando meno automatica. L’interrogativo che conta non è più se l’Europa possa decidere, bensì se saprà colmare in tempo il proprio doppio divario, quello materiale e quello cognitivo, prima che la finestra si apra. E la risposta dipenderà, in misura sorprendente, non solo dagli arsenali ma da quanto le sue democrazie sapranno difendere la capacità di distinguere l’aggressore dall’aggredito.

