L’ambiguità come scelta, non come vuoto normativo
Il drone esplosivo intercettato nella notte tra il 4 e il 5 agosto nei pressi dell’aeroporto di Lipsia/Halle, e la successiva attribuzione formale del governo tedesco a Mosca, si inserisce in un pattern che da almeno un anno attraversa l’intero fianco orientale e settentrionale dell’Alleanza: dalle incursioni di droni, sabotaggi di infrastrutture critiche e episodi di incendio doloso registrati nei Paesi baltici, fino a un più recente sconfinamento nei cieli orientali della Romania. Anche il confine polacco-ucraino non è stato risparmiato: un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno diretto a Varsavia a soli due chilometri dal confine. Si tratta, in sostanza, dell’applicazione della medesima logica a teatri diversi: restare deliberatamente al di sotto della soglia che determinerebbe una risposta collettiva.
Tale persistenza non è riconducibile a un vuoto giuridico che la NATO non sia ancora riuscita a colmare, quanto piuttosto alla prosecuzione di una tradizione più antica: quella dell’ambiguità strategica come strumento deliberato di deterrenza, coerente con la logica su cui si fonda la deterrenza estesa americana in Europa fin dalla Guerra Fredda. Il trattato di Washington, del resto, non ha mai definito in astratto cosa costituisca un “armed attack” ai sensi dell’Articolo 5: la NATO ha sempre riservato agli Stati membri una valutazione caso per caso, evitando un automatismo che avrebbe reso la soglia stessa un bersaglio prevedibile. Si tratta di una scelta che riflette una tensione strutturale, forse irrisolvibile: un meccanismo automatico offrirebbe chiarezza, ma diventerebbe un bersaglio prevedibile; la discrezionalità preserva flessibilità, ma espone l’Alleanza a fratture politiche visibili a ogni valutazione collettiva.
È precisamente attorno a questo margine che la Russia costruisce le proprie azioni: scenari calibrati su un livello di ambiguità sufficiente a far gravare sugli alleati il tempo necessario a un consenso politico sull’Articolo 5. Ne è un esempio recente l’esercitazione russa condotta nelle acque artiche delle Svalbard, nella quale i sommergibili erano pronti a disattivare cavi sottomarini critici senza completare l’azione: un test, secondo funzionari statunitensi, della soglia dell’Articolo 5, condotto senza infliggere danni effettivi e dunque senza attivare consultazioni formali in sede NATO, Non si tratta di un’impostazione recente bensì di una convinzione maturata nel Cremlino oltre un decennio fa di confronto latente con l’Occidente, che ha guidato da allora lo sviluppo sistematico di strumenti calibrati proprio per restare al di sotto della soglia.
Il caso tedesco lo conferma sul piano procedurale, non giuridico: Berlino ha attribuito pubblicamente la responsabilità a Mosca senza tuttavia attivare una consultazione formale in sede NATO – una conferma che sposta il problema oltre il singolo episodio, investendo l’intera architettura di risposta dell’Alleanza.
Il vero collo di bottiglia non è l’attribuzione, è il consenso
Se l’attribuzione non costituisce più il principale ostacolo, come dimostra il caso di Lipsia, il nodo si sposta a valle. Un’operazione mirata contro un singolo Stato membro porrebbe gli alleati di fronte a un bivio tra Articolo 5 e spaccatura interna, realizzando così l’obiettivo strategico ultimo di Mosca – frammentare il fronte occidentale minandone la coesione dall’interno. Fintanto che la valutazione del rischio resta interna a un singolo Paese, il meccanismo procedurale regge; la difficoltà emerge quando quella valutazione deve tradursi in una decisione collettiva tra alleati, ciascuno chiamato a stabilire quanto rischio sia disposto ad assumersi per sostenerla.
Il ragionamento trova conferma in una lettura più esplicita del calcolo russo: un’incursione transfrontaliera non punterebbe a un successo militare, ma a testare la tenuta politica dell’Alleanza. Se gli alleati restassero paralizzati dal timore dell’escalation, la credibilità dell’impegno collettivo ne uscirebbe compromessa, aprendo a Mosca lo spazio per fare pressione sui singoli governi europei affinché abbandonino il sostegno a Kiev. Le prese di posizione pubbliche degli ultimi mesi confermano che la soglia di rischio percepita non è soltanto diseguale tra i Paesi membri, ma in alcuni casi apertamente incompatibile.
Il divario emerge con chiarezza tra le diverse letture nazionali della stessa minaccia. Mentre alcuni ambienti tedeschi ipotizzano un possibile attacco russo a un Paese NATO entro il 2029, la presidenza finlandese ha respinto pubblicamente tale scenario come privo di riscontri concreti. Sullo stesso registro si colloca la presidenza statunitense, che ha escluso pubblicamente la possibilità di un attacco russo contro la NATO. La stessa disomogeneità attraversa persino i singoli apparati nazionali: il governo tedesco descrive le azioni russe con il linguaggio prudente della “guerra ibrida”, mentre un esponente di primo piano della sua industria della difesa sostiene che la Germania si trovi già in una condizione di guerra con la Russia in senso proprio.
Tale disomogeneità riflette un’asimmetria strutturale di esposizione, non un’opinione arbitraria: gli Stati di prima linea sopportano il costo immediato di ogni episodio, mentre gli alleati più distanti dal fianco orientale – meno esposti e spesso più legati a Mosca sul piano energetico o commerciale – hanno un incentivo a derubricarlo. Le divergenze descritte non sono increspature occasionali, ma un disallineamento strutturale tra alleati esposti in misura diversa alla medesima minaccia – al punto da non trovare convergenza nemmeno all’interno di un singolo apparato di sicurezza.
Di fronte a questo stallo, la NATO ha iniziato a sperimentare una via alternativa alla decisione collettiva vincolante: la coalizione a geometria variabile. Dopo l’incursione di droni russi in Polonia del settembre 2025, l’Alleanza ha lanciato l’operazione Eastern Sentry, mettendo in comune assetti aerei e navali di alleati disposti a contribuire, senza richiedere l’attivazione formale dell’Articolo 5 né un consenso a trentadue. Si tratta di un meccanismo che aggira il problema del consenso pieno più che risolverlo: hanno aderito da subito solo otto Paesi su trentadue, a conferma che la frattura descritta in questa sezione è già ben visibile nelle scelte operative dell’Alleanza.
Se persino una coalizione volontaria e non vincolante fatica a raccogliere un’adesione piena, è difficile immaginare che un consenso automatico possa formarsi attorno a una soglia formale dell’Articolo 5. Il problema, allora, non è tanto costruire un meccanismo di attribuzione più rapido, ma individuare strumenti che riducano il costo politico di una risposta condivisa, rendendo meno oneroso, per ciascun alleato, allinearsi a una reazione comune.
La deterrenza non è nella soglia, è nel tempo di recupero
Come individuato nella sezione precedente, il consenso, non l’attribuzione, è dunque il vero vincolo, ed esso pone una domanda ulteriore: non più quando la NATO reagirà con forza, ma se l’Alleanza possa contrastare una strategia che non punta a un singolo evento decisivo, bensì all’erosione cumulativa della propria credibilità collettiva. Un concetto sviluppato dalla letteratura militare per il confronto diretto tra eserciti si rivela utile anche in questo contesto: il tempo che un sistema colpito impiega per recuperare una funzionalità sufficiente a proseguire l’azione. Applicato al piano sub-soglia, il principio regge: il successo della NATO non si misura da quanti episodi individua, ma da quanto a lungo riesce a rendere costoso, per Mosca, ripristinare ciò che ha perso – trasformando singoli incidenti in un logoramento realmente cumulativo, anziché una sequenza di eventi che la Russia assorbe e supera senza conseguenze durature.
Il primo terreno su cui questa competizione si gioca è quello dell’hardening fisico e tecnologico. Gli Stati di prima linea hanno avviato programmi di difesa a più livelli lungo il confine orientale, che combinano fortificazioni, sistemi di sorveglianza e difesa a corto raggio. Sul piano industriale, l’azienda italiana Leonardo porterà in Ucraina, entro la fine del 2026, i primi test operativi di un’architettura multidominio pensata per intercettare droni, missili e minacce ibride e per essere interoperabile a livello NATO. Anche i vertici del progetto ammettono, tuttavia, che nessuno scudo è realmente impenetrabile: l’hardening riduce l’efficacia di ogni singolo attacco, ma non elimina la logica di fondo descritta in precedenza.
Sul fronte degli strumenti di attribuzione e risposta rapida, Eastern Sentry resta l’esempio più concreto: nato come sintomo della frattura sul consenso, si è trasformato nel primo tentativo dell’Alleanza di offrire una risposta collettiva che non dipende da un accordo a trentadue. Sarebbe comunque un errore aspettarsi che meccanismi di questo calibro risolvano il problema in tempi brevi: secondo un’analisi che riprende esplicitamente le lezioni della Guerra Fredda, il contenimento del sabotaggio russo richiederà una strategia organica e di lungo periodo, costruita su decenni e non su singole contromisure, poiché gli apparati di intelligence che organizzano queste operazioni non sono dissuasi né da sanzioni né da pressioni diplomatiche, e considerano il confronto esistenziale.
Un terzo pilastro, spesso sottovalutato, è la resilienza pubblica come componente della deterrenza. La Finlandia ha condotto la più grande esercitazione di protezione civile in Europa dal secondo dopoguerra, coinvolgendo oltre duemila tra volontari e studenti in scenari di attacco alle infrastrutture critiche. Il principio è esplicito: se una popolazione è preparata ad assorbire l’interruzione di servizi essenziali per giorni, il Paese diventa un bersaglio meno redditizio da colpire – una forma di deterrenza per diniego che aggira per intero il problema del consenso.
I tre pilastri appena descritti restano, tuttavia, adattamenti che procedono per via incrementale, costruiti episodio dopo episodio – un bengala lanciato contro un elicottero danese, un drone abbattuto in Lituania da Eurofighter italiani – e non ancora parte di una controstrategia organica contro una guerra ibrida ormai ad alta intensità, che né la NATO né Bruxelles hanno ancora elaborato. A questo limite se ne aggiunge un secondo, più strutturale: la disponibilità di risorse. Tra il 2020 e il 2025 la spesa per la difesa degli Stati membri dell’Unione è cresciuta di quasi l’80%, ma un’analisi della Corte dei Conti europea segnala che il traguardo della piena prontezza difensiva entro il 2030 resta improbabile, a causa della frammentazione tra i sistemi nazionali e di una dipendenza dagli approvvigionamenti statunitensi ancora troppo elevata. Anche gli strumenti più promettenti restano dunque vincolati a un limite finanziario e industriale che nessuna riforma procedurale può aggirare.
Nessuno di questi strumenti, preso singolarmente, risolve il problema posto in apertura di questo contributo. Ma insieme delineano una risposta coerente alla domanda che la NATO non può rinviare: contro un avversario che non cerca la vittoria tattica in un singolo teatro, ma l’erosione cumulativa della credibilità collettiva, la deterrenza non si costruisce abbassando la soglia dell’Articolo 5, bensì rendendo più lento e costoso, per Mosca, il proprio tempo di recupero rispetto alla capacità dell’Alleanza di rendere ogni singolo costo imposto cumulativo e duraturo.



