Il 19 ottobre 2026 gli elettori dell’Alberta hanno risposto al decimo dei quesiti voluti dal governo di Danielle Smith: restare provincia del Canada oppure avviare il procedimento costituzionale per un referendum vincolante sulla separazione. Con oltre 1,8 milioni di schede scrutinate, secondo i risultati non ufficiali di Elections Alberta il 75% ha scelto di restare e il 25% di procedere. Il voto anticipato, con oltre 1,35 milioni di schede fra il 13 e il 17 ottobre, esclude che si sia trattato di una consultazione disertata. Il margine è netto: il separatismo albertano ha incontrato il proprio limite strutturale nel momento di massima visibilità .
Nel febbraio scorso, su queste pagine, si sosteneva che l’Alberta potesse potenzialmente diventare una frattura geopolitica nel cuore del G7 e che il movimento conservatore americano mirasse a indebolire Ottawa più che a ottenere una piena secessione. Il voto consente di verificare quella lettura valutando la tesi secondo cui la pressione statunitense abbia prodotto l’effetto opposto a quello perseguito: ha compattato l’elettorato canadese e ha accelerato il riposizionamento europeo di Ottawa, che oggi pone all’Unione una domanda alla quale Bruxelles non ha ancora una risposta giuridica compiuta.
Un referendum sul referendum
La natura del quesito va chiarita prima di valutarne l’esito. Non si votava sull’indipendenza ma sull’apertura di un procedimento, tanto che i critici, anche fra i separatisti, lo hanno liquidato come un referendum su un referendum. La formula discende da una sequenza giudiziaria precisa. Il 13 maggio la giudice Shaina Leonard ha dato ragione a diverse First Nations, ritenendo incostituzionale l’uso della procedura referendaria provinciale per avviare la separazione senza consultare i popoli titolari dei trattati. Il 21 maggio Smith ha risposto inserendo il quesito nella tornata autunnale. La cornice del Clarity Act e della giurisprudenza della Corte Suprema, che esclude la secessione unilaterale senza negoziato con il governo federale, rendeva comunque il voto un atto politico più che costitutivo.
Proprio per questo il dato politico pesa. La distribuzione del voto, con margini schiaccianti a Calgary ed Edmonton, conferma che il separatismo resta radicato nelle aree rurali e non riesce a conquistare le città dove vive la maggioranza della popolazione. Il quarto di elettori favorevoli, tuttavia, non è una quota trascurabile: già allo spoglio parziale erano più di 300.000. Carney ha osservato che non tutti quei voti esprimono una volontà di indipendenza e che il nucleo irriducibile è più ristretto, una lettura coerente con sondaggi che non hanno mai registrato un sostegno stabile alla sovranità oltre il 30%.
Il voto lascia aperta la partita interna. Jason Kenney, cofondatore dello United Conservative Party, ha annunciato per il partito una resa dei conti sulla convivenza con i separatisti, e le elezioni provinciali dell’ottobre 2027 diranno se Smith pagherà l’ambiguità di questi mesi. Il quadro nazionale non è più semplice. Il 5 ottobre il Parti Québécois ha vinto in Quebec con 59 seggi su 127, restando sotto la maggioranza, e il suo leader ha promesso un terzo referendum, rinviandolo però a dopo la fine del mandato di Trump. La sfida all’unità federale, temporaneamente respinta a ovest, non può essere considerate come dissolta.
Il fallimento della scommessa americana
I contatti fra l’amministrazione Trump e i separatisti sono documentati. Secondo l’inchiesta del Globe and Mail, esponenti dell’Alberta Prosperity Project hanno incontrato funzionari del Dipartimento di Stato tre volte nel 2025. Un cofondatore del gruppo ha riferito di aver prospettato royalties petrolifere, forniture idriche e corridoi ferroviari verso l’Alaska in cambio di sostegno, mentre Jeffrey Rath, che organizzò gli incontri, contesta questa ricostruzione. Il Dipartimento di Stato ha parlato di colloqui a livello tecnico, senza impegni: una formula che ammette il canale diretto senza rivendicarne gli esiti.
Il sostegno politico è stato meno discreto. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito l’Alberta un partner naturale degli Stati Uniti, Elon Musk ha scritto che la provincia dovrebbe separarsi e strateghi repubblicani del Michigan hanno incontrato a gennaio i vertici separatisti a Calgary per proporre strumenti di mobilitazione elettorale. Sullo sfondo opera la National Security Strategy, già discussa su queste pagine come banco di prova della dottrina Trump, che secondo The New Republic promette di incoraggiare i movimenti allineati alla strategia americana nell’emisfero. L’interferenza ha seguito canali informativi più che finanziari: ricercatori citati dal Globe and Mail hanno rilevato un aumento dell’attività di origine statunitense nelle ultime settimane, accanto a una quota prevalente, circa l’80%, riconducibile a reti russe.
Anche in ragione della esposizione avuta, il meccanismo del fallimento è leggibile. Le minacce di annessione e i dazi al 50% su un’ampia gamma di importazioni canadesi hanno trasformato la questione albertana da controversia federale su clima e perequazione in una scelta di appartenenza nazionale di fronte a una potenza esterna. In questo quadro l’alleato ideologico è diventato un costo elettorale, perché ogni dichiarazione di Washington confermava l’argomento federalista. Carney ha incassato il risultato definendolo inequivocabile e ha offerto a Smith una maggiore cooperazione, anche sull’immigrazione.
Sarebbe tuttavia un errore leggere il voto come una sconfitta strategica di Washington. Se l’obiettivo era logorare Ottawa più che annettere l’Alberta, una provincia con un quarto di elettori favorevoli alla rottura e un Quebec governato da indipendentisti restano leve utilizzabili, a costi minimi, nel negoziato commerciale. La lettura più coerente con i dati è che sia fallita la scommessa massimalista, mentre quella di logoramento resta aperta. Il separatismo, del resto, sopravvive alle sconfitte, e i promotori hanno già fatto sapere che la partita non è chiusa.
Da Edmonton a Bruxelles
Il referendum è caduto un mese dopo la mossa più audace della politica europea di Ottawa. Il 16 settembre, nel discorso sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha proposto di aprire al Canada la strada per diventare il primo membro associato, nel quadro di un’Alleanza per il futuro centrata su industria della difesa e tecnologie avanzate. Il giorno successivo Carney ha accolto l’ambizione davanti al Parlamento europeo, mentre Trump ha liquidato la proposta come risibile. La cronologia non è casuale: il Canada cerca in Europa la profondità strategica che il rapporto con Washington non gli garantisce più.
Tuttavia, la sostanza giuridica della proposta mostra maggiori fragilità di quante ne vorrebbe far apparire il lessico utilizzato. La categoria di membro associato non esiste nei Trattati e, come osserva un’analisi pubblicata su Verfassungsblog, la base più plausibile resta l’accordo di associazione previsto dall’art. 217 TFUE, che non richiede la qualità di Stato europeo ma impone l’unanimità in Consiglio e l’approvazione del Parlamento europeo (art. 218, par. 6 e 8, TFUE). Nessun accordo esterno potrà dare al Canada un voto in Consiglio né estendergli la clausola di mutua assistenza dell’art. 42, par. 7, TUE. L’integrazione settoriale è peraltro già avviata: Ottawa è associata dal luglio 2024 al secondo pilastro di Horizon Europe e dal 1° agosto 2026 è in vigore l’accordo che ammette le imprese canadesi al programma SAFE, dotato di prestiti fino a 150 miliardi di euro.
Per l’Unione la posta è duplice. Il Canada offre ciò che manca all’autonomia strategica europea: Carney ha ricordato giacimenti di oltre 34 minerali critici, la disponibilità a fornire GNL e idrogeno e una geografia artica condivisa. L’etichetta di membership, tuttavia, rischia di svalutare il percorso dei candidati all’adesione e apre un precedente per l’Ucraina, per la quale Merz aveva avanzato un’ipotesi analoga accolta con freddezza a Bruxelles. Del resto, la credibilità europea si misura anche sui ritardi: il CETA, applicato in via provvisoria dal 2017, attende ancora la ratifica di diversi Stati membri, fra cui l’Italia.
Eppure, per l’Italia l’interesse nazionale potrebbe essere concreto. L’interscambio con il Canada è cresciuto di oltre il 60% in regime di applicazione provvisoria, e l’apertura di SAFE alle imprese canadesi incide direttamente sulla competizione e sulle opportunità di cooperazione dell’industria della difesa nazionale. Restare fra gli Stati che non hanno ratificato il CETA, mentre l’Unione prospetta a Ottawa un’associazione privilegiata, sarebbe una contraddizione difficile da sostenere tanto a Bruxelles quanto nei rapporti bilaterali. Il voto albertano ha tolto a Washington lo strumento più dirompente di pressione sul Canada e ha consegnato all’Europa un partner più coeso. Ottawa ha scelto da che parte stare: ora l’Unione, anch’essa immersa nella necessità di riposizionamento strategico derovante dalla nuova postura statunitense, potrà e dovrà decider cosa mettere sul piatto dell’offerta e dimostrare di voler cogliere l’opportunità proveniente dall’altro parthner d’oltre oceano.

