Le radici dell’impiego dell’energia nucleare in Turchia affondano nel 1955 quando il Paese firmò con gli Stati Uniti un accordo di cooperazione nel quadro dell’iniziativa Atoms for Peace. L’anno successivo la Grande Assemblea Nazionale istituì la Commissione per l’Energia Atomica Turca (TAEK), con l’obiettivo di esplorare applicazioni pacifiche dell’atomo in un’epoca di grande ottimismo globale verso l’energia nucleare. Successivamente, nel 1957 Ankara aderì alla Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA). Negli anni Sessanta, l’impiego del nucleare in ambito civile venne identificato come una possibile risposta alla forte domanda di energia derivante dall’ampia crescita demografica. I primi studi di fattibilità furono condotti dalla l’EİEİ – Electrical Power Resources Survey and Development Administration tra il 1967 e il 1970. Essi si concentrarono in particolare nelle aree di Akkuyu (Mersin, costa mediterranea), Sinop (costa del Mar Nero) e İğneada (Tracia, vicino al confine bulgaro). La successiva fondazione della Türkiye Elektrik Kurumu (TEK), la quale assunse un ruolo centrale nella pianificazione elettrica, portò infine alla selezione nel 1976 del sito di Akkuyu per la costruzione della prima centrale del paese.
Nel 1977 venne firmato un contratto preliminare con la società svedese ASEA-ATOM per la realizzazione di una centrale da 600 MW, con l’obiettivo di raggiungere la piena operatività entro il 1985. Il progetto, tuttavia, naufragò a causa di problemi finanziari e della grave crisi petrolifera, la quale incrementò le incertezze legate all’economia mondiale. I nuovi tentativi portati avanti negli anni Ottanta e Novanta videro il coinvolgimento di partner quali Germania, Canada, Argentina e Stati Uniti, spesso con modelli di finanziamento “Build-Operate-Transfer” (costruzione, gestione e cessione). Tali iniziative risultarono anch’esse fallimentari in virtù di una combinazione di fattori: instabilità politica, causata dal golpe del 1980, ricorrenti crisi economiche, costi elevati rispetto alle alternative fossili e la crescente diffidenza dell’opinione pubblica a seguito dell’incidente di Chernobyl. A dispetto dei ricorrenti fallimenti, un rapporto del Ministero dell’Energia del 1992 identificò l’assenza di nuove capacità energetiche come una minaccia alla sicurezza nazionale, raccomandando lo sviluppo di tecnologia nucleare civile. Nonostante l’apertura di una nuova gara d’appalto nel 1996 per la realizzazione di una centrale, il governo turco continuò a posticiparne la scadenza sino a che il progetto non venne nuovamente abbandonato per difficoltà finanziarie. Nel 2004 il Ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali Hilmi Guler indicò che la costruzione del primo reattore nucleare del paese sarebbe partita nel 2007, anno in cui venne approvata la prima legge volta a regolare la costruzione e il mantenimento delle centrali. Tuttavia, ancora una volta il progetto non vide la luce a causa del fallimento dello stato nel fornire garanzie agli investitori. Di fronte al fallimento delle gare d’appalto, Ankara mutò radicalmente strategia, optando per la firma accordi intergovernativi finalizzati a consentire all’azienda fornitrice di finanziare e gestire l’impianto.
Il progetto di Akkuyu
Il 12 maggio 2010 La Turchia e la Federazione Russa hanno firmato uno storico accordo in base al quale la Rosatom (compagnia statale russa per l’energia atomica) si è impegnata a costruire una centrale nucleare ad Akkuyu dotata di quattro reattori VVER-1200 di terza generazione per un totale di 4.800 MW di potenza. Tale iniziativa costituisce il primo esempio di progetto incentrato su un modello “Build-Own-Operate” (costruisci, possiedi e gestisci) su scala commerciale in cui Rosatom possiede l’impianto, controlla il ciclo del combustibile e stabilisce il ritmo operativo. Il processo di costruzione, iniziato nel 2018, è stato caratterizzato da ritardi dovuti alla pandemia e problemi di fornitura di componenti occidentali derivanti delle sanzioni successive al 2022. Ciononostante, il profondo impegno delle parti ha ugualmente permesso l’avanzamento. Parallelamente alla costruzione della centrale, Ankara ha rafforzato il quadro regolatorio relativo all’energia nucleare mediante l’istituzione dell’Autorità di Regolazione Nucleare (NRA). Allo stesso tempo, le autorità turche hanno favorito l’avvio di programmi di formazione di personale specializzato, erogati anche dalla stessa Rosatom in Russia, nonché lo sviluppo di una supply chain locale coinvolgente centinaia di aziende certificate secondo standard internazionali. Stando alle dichiarazioni dei vertici di Rosatom, il primo reattore dovrebbe entrare in funzione nell’inverno del 2026.
Una volta arrivata a pieno regime, la centrale sarà in grado di generare annualmente una produzione di 35 miliardi di chilowattora, pari al 10% del fabbisogno del paese. Il 70% dell’energia prodotta verrà acquistata dalla Turkish Electricity Trade and Contract Corporation (TETAS) ad un prezzo di 12.35 centesimi di dollaro al chilowattora. In relazione alla proprietà, il 93% delle azioni della società controllante della centrale è posseduto da Rosatom, ma una quota pari al 49% potrà essere venduta ad investitori turchi e stranieri. L’impianto ridurrà il peso relativo delle importazioni di combustibili fossili nel paese e favorirà il rafforzamento del ruolo di Ankara quale hub di transito per risorse energetiche verso l’Europa, in virtù della riduzione della domanda interna.
La strategia turca e le sue implicazioni
I rilevanti vantaggi economici derivanti dalla costruzione della centrale di Akkuyu sono tuttavia accompagnati da forti ripercussioni strategiche. L’accordo per la costruzione della centrale prevede la completa gestione dell’impianto da parte della Federazione Russa, la quale possiede il monopolio della fornitura di combustibile. Allo stesso tempo, Mosca si occuperà della manutenzione ordinaria e straordinaria, della gestione tecnica e del futuro smantellamento. Tale stato di cose garantisce alla Federazione Russa una rilevante leva in caso di crisi, o momenti di tensione, la quale ha suscitato diversi timori in ambito NATO. Di fronte al pericolo di un’eccessiva dipendenza da Mosca, Ankara ha optato per una strategia incentrata sulla diversificazione dei suoi fornitori. Nel 2025 la società statale turca TÜNAŞ ha siglato un accordo con la controparte sudcoreana KEPCO volta a realizzare una seconda centrale nei pressi di Sinop.
Le trattative, le quali coinvolgono anche gli Stati Uniti, risultano incentrate sulla realizzazione di un impianto la cui società controllante sia configurata come una joint venture, nella quale la proprietà verrà detenuta da diverse azienda tra cui la compagnia turca TÜNAŞ, localizzando la produzione di componentistica elettrica e industriale in Turchia. Allo stesso tempo, Ankara sta attualmente esplorando la possibilità di costruire una terza centrale, con il supporto della Cina nella regione della Tracia Orientale. Contestualmente, la Turchia ha recentemente siglato memorandum d’intesa con il Niger e il Kazakistan volta ad acquisire concessioni per l’estrazione dell’uranio, al fine di diversificare le forniture di combustibile per le future centrali. La strategia di diversificazione adottata da Ankara, pur garantendo una considerevole leva sui vari fornitori, rischia tuttavia di creare un vero e proprio “incubo regolatorio”, dato l’obbligo per la TÜNAŞ e l’Autorità Nucleare Turca di gestire simultaneamente catene di approvvigionamento multiple e formare professionisti atti a gestire i diversi modelli degli impianti. In ultima analisi, la Turchia sta attualmente guardando ai reattori nucleari miniaturizzati, i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), come ulteriore complemento per la propria transizione energetica. Tali strumenti risultano infatti estremamente flessibili, nonché meno costosi rispetto ai reattori tradizionali. Il settore ha attirato l’interesse della Baykar, azienda locale nota per aver progettato gran parte dei droni militari turchi quali il noto Bayraktar TB2, la quale ha dichiarato la che la propria controllata TMRS Energy mira a sviluppare una versione autoctona di tale tecnologia.
Sin dai primi anni di sviluppo del settore nucleare civile, la Turchia ha individuato in questa tecnologia uno strumento per contrastare l’elevata dipendenza energetica dall’estero, determinata dalla combinazione tra una domanda interna sostenuta e una limitata disponibilità di risorse energetiche nazionali. Per decenni, tuttavia, Ankara non è riuscita a tradurre tale obiettivo in capacità di generazione nucleare, a causa di vincoli finanziari, tecnologici e industriali. La realizzazione della centrale di Akkuyu ha segnato una svolta in questo percorso, comportando al contempo un compromesso strategico: se da un lato l’impianto può contribuire a ridurre il ricorso al gas naturale importato per la produzione elettrica, dall’altro consolida il ruolo della Federazione Russa nella sicurezza energetica turca. L’effettiva capacità del nucleare di contribuire alla riduzione della dipendenza energetica del Paese dipenderà pertanto non soltanto dall’entrata a regime di Akkuyu, ma anche realizzazione dei progetti di diversificazione attualmente in corso e dallo sviluppo di competenze tecnologiche e industriali autoctone, indispensabili per accrescere l’autonomia strategica di Ankara nel lungo periodo.



