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18/07/2026
Geopolitica, Relazioni Internazionali, Stati Uniti e Nord America

Il conflitto egemonico tra Stati Uniti e Cina nelle risoluzioni ONU sui conflitti russo-ucraino e israelo-palestinese

di Rachele Carli

La crescente centralità della competizione tra Stati Uniti e Cina nel sistema internazionale contemporaneo si manifesta anche nelle sedi multilaterali, dove il consenso assume un ruolo determinante. Le votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, seppur prive di valore vincolante, rappresentano un indicatore rilevante delle dinamiche di allineamento e delle trasformazioni degli equilibri globali. Analizzarle consente, quindi, di cogliere elementi chiave della competizione egemonica in atto.

Le votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite relative ai conflitti russo-ucraino ed israelo-palestinese consentono di osservare come la competizione tra Stati Uniti e Cina si rifletta anche nelle sedi multilaterali. L’analisi del comportamento di voto permette infatti di individuare non solo le posizioni assunte dalle due potenze, ma anche le dinamiche di consenso, allineamento e autonomia strategica adottate dagli altri Stati membri dell’ONU.

 I due conflitti risultano particolarmente significativi per comprendere le trasformazioni dell’attuale sistema internazionale: il primo ha riaperto il tema della sovranità territoriale e delle divisioni geopolitiche generate dall’invasione russa dell’Ucraina, mentre il conflitto israelo-palestinese ha evidenziato profonde divergenze internazionali rispetto alla gestione della crisi umanitaria e del ruolo di Israele nella regione.

Il conflitto egemonico attuale

Il conflitto egemonico contemporaneo viene spesso riconosciuto nella rivalità tra Stati Uniti e Cina, soprattutto in termini economici, tecnologici e militari. L’analisi di questa competizione all’interno delle votazioni alle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per i conflitti russo-ucraino ed israelo-palestinese, permette di indagare questa rivalità utilizzando i pattern di voto dei 193 Stati appartenenti alle Nazioni Unite. 

Le votazioni dell’Assemblea generale, pur non essendo vincolanti, assumono una grande importanza analitica dal momento che tutti gli Stati sono rappresentati al suo interno e ognuno di essi dispone di un voto. Il voto può infatti essere influenzato non solo da interessi specifici, ma anche da relazioni bilaterali o pressioni diplomatiche. Di conseguenza, la loro analisi può fungere da indicatore che consenta di identificare i blocchi geopolitici o le affinità ideologiche.

Dalla sintesi delle diverse scuole di pensiero delle relazioni internazionali, un Paese, per essere considerato egemone, deve possedere tre caratteristiche fondamentali: la capacità materiale, la volontà di esercitare leadership ed il consenso internazionale. Analizzando le votazioni dei Paesi nelle risoluzioni dei due conflitti e guardando ai comportamenti di voto di Stati Uniti e Cina in relazione con gli altri Stati, il conflitto egemonico in questo caso non risulta essere diretto ma indiretto. All’interno di questo la capacità di costruire consenso internazionale assume una maggiore importanza.

L’analisi

Allo scopo di investigare tale rapporto, sono state nello specifico analizzate sette risoluzioni: quattro inerenti al conflitto russo-ucraino e tre rispetto al conflitto israelo-palestinese. Per quanto concerne il primo, due risoluzioni hanno riguardato la violazione dei diritti umani avvenuta in Crimea e la conseguente richiesta di sospensione della Russia dal Consiglio dei diritti umani e le restanti due hanno avuto ad oggetto il principio di integrità territoriale rispetto all’annessione della Crimea e all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.  Rispetto al conflitto israelo-palestinese, la prima risoluzione, precedente agli avvenimenti del 7 ottobre 2023, aveva avuto lo scopo di spostare lo sguardo da un piano politico ad uno giuridico per condannare l’occupazione continuata israeliana quale violazione del diritto internazionale, chiedendo a tal proposito un parere consultivo alla Corte internazionale di giustizia. Le altre, successive al 7 ottobre 2023, si erano focalizzate quale oggetto principale sull’aspetto umanitario del conflitto: la prima richiedeva un’immediata e duratura tregua umanitaria, mentre la seconda rafforzava ulteriormente il richiamo verso l’aspetto umanitario del conflitto, arrivando a chiedere un vero e proprio “cessate il fuoco umanitario”.

Conflitto russo-ucraino

L’analisi delle votazioni alle risoluzioni prese in considerazione nel caso del conflitto russo-ucraino, mostra come, almeno nella fase iniziale del conflitto, gli Stati Uniti abbiano mantenuto una votazione sempre favorevole, schierandosi in maniera netta contro la Russia, offrendo il proprio supporto economico e militare all’Ucraina. Questo comportamento di voto è stato adottato da tutti i Paesi appartenenti al blocco NATO e al blocco dell’Unione Europea, alleati degli Stati Uniti. 

Tuttavia, con l’insediamento della nuova Amministrazione americana, la posizione statunitense in sede ONU ha mostrato segnali di cambiamento. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno infatti votato contro una risoluzione dell’Assemblea generale che ribadiva il sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina e condannava l’aggressione russa, assumendo una posizione divergente rispetto agli alleati europei. Nel 2026, invece, Washington si è astenuta su una successiva risoluzione di sostegno all’Ucraina, motivando tale scelta con la necessità di non compromettere i negoziati diplomatici in corso. Qui aggiungerei una riga sull’Ungheria/disgregazione del sostegno compatto occidentale all’Ucraina Tale evoluzione si inserisce in un contesto più ampio di progressiva erosione del sostegno occidentale compatto dell’Ucraina.

Il comportamento della Cina è stato, al contrario, più flessibile. Poiché la Russia è un importante partner per la Cina, quest’ultima ha deciso di optare per l’astensione nella maggior parte delle risoluzioni analizzate (A/RES/68/262; A/RES/71/205; A/RES/ES-11/1). Ciò manifesta una linea di neutralità strategica: in questa maniera, infatti, la Cina è in grado di non assumere una posizione diretta all’interno del conflitto ma di avere più spazio di manovra. Solo un caso tra quelli presi in considerazione rivela uno schieramento diretto: la Cina sceglie di votare contrariamente alla risoluzione che propone la sospensione della Federazione Russa dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, sostenendo in maniera diretta la Russia. Pechino giustifica difatti tale posizione affermando che la risoluzione rappresenti una politicizzazione della questione dei diritti umani e che possa costituire un precedente pericoloso all’interno del sistema delle Nazioni Unite. È possibile notare come, nella maggior parte dei casi, molti Paesi appartenenti al blocco del “Global Southscelgano di astenersi, adottando un comportamento in linea con quello cinese. Con il termine “Global South” si fa riferimento, in questa ricerca, ai Paesi classificati come economia in via di sviluppo secondo la classificazione UNCTAD. La categoria comprende prevalentemente Stati dell’America Latina, della maggior parte dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Sebbene il concetto di Global South non presenti una definizione universalmente accettata, viene impiegato qui come convenzione analitica. Infatti, l’unico caso, tra quelli analizzati, dove la maggior parte dei Paesi appartenenti a questo blocco non seguono il comportamento di voto cinese, è proprio quello volto a condannare l’invasione dell’Ucraina che va a tutelare il principio di integrità territoriale che rappresenta un principio molto importante per questi Paesi. Unica eccezione è Cuba, che nelle varie sessioni ha spesso votato sbilanciandosi più a favore di Mosca.

Conflitto israelo-palestinese

L’analisi delle votazioni nel caso del conflitto israelo-palestinese ha invece rivelato un comportamento opposto degli Stati Uniti e della Cina rispetto al caso precedente. È possibile vedere infatti come gli Stati Uniti si siano sempre schierati in maniera contraria (A/RES/77/247; A/RES/ES-10/21; A/RES/ES-10/22), appoggiando la posizione di Israele, sostenendo che le risoluzioni non vertano a condannare l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, né riconoscono il diritto di Israele alla legittima difesa successivamente all’attacco. In questo caso, però, la posizione dei Paesi della NATO e dell’Unione Europea non si è allineata al suo comportamento di voto, anzi, la maggior parte ha preferito astenersi (come la Bulgaria e la Slovacchia) nel caso delle risoluzioni 77/247 e ES-10/21, o addirittura votare favorevolmente (come Belgio e Portogallo)nel caso della risoluzione ES-10/22 del dicembre 2023 con la quale si richiedeva un vero e proprio “immediate humanitarian ceasefire”. La Cina, in questo caso, si è schierata sempre a favore in tutte le risoluzioni prese in considerazione (A/RES/77/247; A/RES/ES-10/21; A/RES/ES-10/22), come la maggior parte dei Paesi appartenenti al “Global South”, soprattutto dell’Africa e del Medio Oriente, che hanno adottato questo comportamento di voto proprio perché preoccupati per la loro stabilità e sicurezza nazionale. La Cina, inoltre, sta investendo in maniera considerevole in questi Paesi, soprattutto in Africa attraverso la costruzione di infrastrutture e reti di telecomunicazione e, insieme alla Russia, ha l’obiettivo di porsi nei loro confronti come alternativa alla leadership occidentale.

Conclusioni

L’analisi delle votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite relative ai conflitti russo-ucraino ed israelo-palestinese mostra come la competizione egemonica tra Stati Uniti e Cina si manifesti anche attraverso posizionamenti geopolitici contrapposti nelle sedi multilaterali. I due Stati utilizzano il voto alle risoluzioni ONU non solo per esprimere una posizione sui conflitti, ma anche per consolidare reti di consenso internazionale e rafforzare la propria influenza globale.

Tuttavia, i comportamenti di voto degli altri Stati non possono essere interpretati esclusivamente come forme di allineamento verso una delle due potenze. In particolare, molti Paesi appartenenti al “Global South” adottano posizioni determinate anche dal proprio passato storico, dalle esperienze coloniali e da specifici interessi geopolitici. Nel conflitto russo-ucraino, ad esempio, numerosi Stati hanno privilegiato la tutela del principio di integrità territoriale, mentre nel conflitto israelo-palestinese diversi Paesi arabi e africani hanno assunto posizioni fortemente critiche verso Israele anche in ragione delle implicazioni regionali e umanitarie del conflitto. Emblematico è il caso del Sudafrica, che ha promosso davanti alla Corte internazionale di giustizia il procedimento contro Israele con l’accusa di genocidio, evidenziando una postura autonoma e non riconducibile esclusivamente all’influenza cinese.

Allo stesso tempo, emerge come il consenso internazionale nei confronti degli Stati Uniti appaia oggi più debole rispetto al passato, soprattutto nel conflitto israelo-palestinese, dove numerosi alleati occidentali hanno assunto posizioni divergenti da Washington. Questa dinamica emerge anche nel conflitto russo-ucraino con il mutamento della posizione americana in sede ONU successivamente all’insediamento della nuova Amministrazione, che nel 2025 ha votato contro una risoluzione di sostegno all’Ucraina e nel 2026 ha scelto l’astensione. In questo contesto, la Cina sembra privilegiare una strategia di costruzione del consenso più flessibile, fondata soprattutto sul rafforzamento dei rapporti con i paesi del “Global South”.

Le votazioni ONU analizzate mostrano quindi un sistema internazionale sempre più frammentato e multipolare, nel quale il conflitto egemonico tra Stati Uniti e Cina non si manifesta attraverso uno scontro diretto, bensì nella competizione per la costruzione del consenso internazionale.

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