Lontano dalle originarie teorizzazioni del Project for the New American Century (PNAC), orientate alle massicce invasioni terrestri finalizzate al regime change, come avvenuto in Iraq o in Afghanistan, l’approccio statunitense odierno evita l’impiego diretto di truppe sul campo, basandosi piuttosto sulla fornitura di armi e intelligence, come in o in Israele, sulla deterrenza aeronavale in aree critiche, leggasi Indo-Pacifico e Mediterraneo e su raid mirati over-the-horizon, l’arresto di Maduro e la morte di Khamenei sono entrambi esempi dall’ottimo risultato. Questa evoluzione strategica è la diretta conseguenza di una cosiddetta fatica imperiale che serpeggia e dilaga tra la popolazione della superpotenza. Si tratta del passaggio fisiologico di una potenza egemone da una fase imperialistica, caratterizzata dall’assenza di sfidanti globali e dalla necessità di ostentare una netta superiorità, a una più matura fase imperiale, in cui diviene prioritario riconoscere i propri obiettivi strategici vitali e ottimizzare le risorse umane e materiali. Per garantire la sopravvivenza della propria egemonia senza esaurire le proprie forze, Washington tenta oggi di subappaltare i teatri di crisi ad attori regionali tramite guerre per procura o deleghe di sicurezza, senza però rinunciare ai propri propositi di egemonia globale e dominio dei mari e della massa euroasiatica, entrambi obiettivi cardine proprio della dottrina neoconservatrice.
Le prerogative tattico-strategiche dell’impero sono state dettate in maniera precisa e puntuale, agli inizi del XXI secolo, ed è possibile constatare che, in larga misura, siano rimaste invariate, limitandosi a trasformarne il metodo d’applicazione.
Prima parte
Donald J. Trump, l’oligarca stanco dell’impero.
«Il governo differenziato della differenza»: questa definizione minima di impero, proposta da Jane Burbank e Frederick Cooper in “Gli imperi nella storia globale”, definisce efficacemente lo scopo primario di un impero che consiste infatti nell’unire una molteplicità di territori, popoli, statuti e istanze soggettivi in un unico insieme coeso e coerente. A differenza dei moderni Stati-nazione, che tendono a cercare l’omogeneizzazione politica e culturale, gli imperi sono strutture collettive capaci di aggregare popoli profondamente diversi tra loro senza necessariamente imporre la stessa legge e la stessa fede. Il collante ideologico e culturale diviene dunque uno strumento essenziale per garantirne unità, proiezione strategico-militare, influenza economica e financo la propria stessa sopravvivenza; per evitare di frammentarsi, un impero necessita inevitabilmente di giustificare il proprio potere, trovare il modo di spiegare la titolarità di un’antica supremazia e la motivazione per il mantenimento dell’immancabile territorio conquistato.
Nel caso delle due superpotenze che si sono ripartite l’egemonia globale durante la seconda parte del XX secolo, i rispettivi collanti ideologici-culturali consistevano nel materialismo dialettico per l’Unione Sovietica e la libertà individuale declinata attraverso la democrazia politica e il liberismo economico per gli Stati Uniti.
Questa dottrina ideologica è rimasta pressoché invariata dall’inizio degli anni novanta, che è possibile indicare come uno dei massimi momenti di egemonia americana, sino alla campagna elettorale e alla conseguente elezione, nel novembre del 2016, di Donald J. Trump. Questo nuovo attore politico porta in scena una rappresentazione inedita della volontà americana; difatti la sua narrazione è eretica: il benessere dei cittadini statunitensi viene posto al di sopra di qualsiasi prerogativa ideologica e dottrinale.
Ciò si traduce in:
una retorica mirata al disimpegno militare generalizzato da tutti i teatri in cui è impegnato l’esercito americano, dal pesante fardello ventennale in Afghanistan, al conflitto in Ucraina che, drenando immani risorse, bisogna concludere in ventiquattro ore, per poi giungere sino ai più insospettabili teatri del Vecchio Continente, dove, dopo mesi di scontri e tentativi di riavvicinamento, l’amministrazione americana ha deciso di procedere con il ritiro di cinquemila truppe di stanza nel territorio tedesco;
la rinuncia al perseguimento degli scopi ideologici, siano essi l’esportazione della dottrina politica liberale o la fantomatica lotta al terrorismo: «power is used in the interest of the American people» e ancora, spostando l’attenzione sul tessuto sociale e in particolar modo familiare del paese, «the primacy of American workers, families, and communities in all we do»;
infine, il rilancio dell’economia americana, sacrificando le importazioni di qualsiasi natura, in particolare i beni provenienti dai Paesi alleati, in cui gli europei ricoprono un ruolo di prim’ordine; tra le prime azioni di governo della nuova amministrazione repubblicana figura certamente la scenografica lavagnetta che riporta le percentuali dei dazi indiscriminati e, dai recenti sviluppi, anche , applicati ai prodotti stranieri importati negli Stati Uniti.
Una simile postura internazionale da parte dell’amministrazione Trump sancisce il passaggio da una diplomazia basata sui valori democratici a un modello puramente transazionale: le relazioni internazionali vengono considerate alla stregua di negoziati d’affari, privilegiando accordi bilaterali che garantiscano vantaggi economici e materiali immediati agli Stati Uniti.
Un approccio totalmente inedito alla politica americana che si ripercuote sia sulle alleanze storiche della NATO e dell’Asia, subordinando la cooperazione militare ai contributi finanziari dei partner; sia sui rapporti con i rivali geopolitici, come Cina, Russia o Turchia, che sono stati gestiti attraverso pressioni commerciali e soprattutto diplomazia personale, trattando direttamente con “uomini forti”, come Putin o Erdogan. Tuttavia l’esempio più lapidario del nuovo metodo si rivela in Medio Oriente, attraverso gli Accordi di Abramo: anziché ricercare una pace globale basata sulla risoluzione della questione palestinese, vengono facilitati accordi bilaterali tra Israele e singoli paesi arabi come Emirati, Bahrein e Marocco, offrendo in cambio premi transazionali specifici.
Tutto questo introiettato nella dottrina America First e sintetizzato dallo slogan Make America Great Again.

