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16/07/2026
Geopolitica, Relazioni Internazionali, Stati Uniti e Nord America

Il Neoconservatorismo non si distrugge, ma si trasforma. Parte II

di Domenico Borrelli

Un’indagine socioculturale del trumpismo, catalizzatore del passaggio fisiologico di una potenza egemone da una fase imperialistica, a una più matura fase imperiale e l’analisi del Rebuilding America’s Defenses, il “manuale d’istruzioni” per comprendere l’agenda geopolitica statunitense nel XXI secolo, al di là del politicismo e della retorica vana

Lontano dalle originarie teorizzazioni del Project for the New American Century (PNAC), orientate alle massicce invasioni terrestri finalizzate al regime change, come avvenuto in Iraq o in Afghanistan, l’approccio statunitense odierno evita l’impiego diretto di truppe sul campo, basandosi piuttosto sulla fornitura di armi e intelligence, come in  o in Israele, sulla deterrenza aeronavale in aree critiche, leggasi Indo-Pacifico e Mediterraneo e su raid mirati over-the-horizon, l’arresto di Maduro e la morte di Khamenei sono entrambi esempi dall’ottimo risultato. Questa evoluzione strategica è la diretta conseguenza di una cosiddetta fatica imperiale che serpeggia e dilaga tra la popolazione della superpotenza. Si tratta del passaggio fisiologico di una potenza egemone da una fase imperialistica, caratterizzata dall’assenza di sfidanti globali e dalla necessità di ostentare una netta superiorità, a una più matura fase imperiale, in cui diviene prioritario riconoscere i propri obiettivi strategici vitali e ottimizzare le risorse umane e materiali. Per garantire la sopravvivenza della propria egemonia senza esaurire le proprie forze, Washington tenta oggi di subappaltare i teatri di crisi ad attori regionali tramite guerre per procura o deleghe di sicurezza, senza però rinunciare ai propri propositi di egemonia globale e dominio dei mari e della massa euroasiatica, entrambi obiettivi cardine proprio della dottrina neoconservatrice. 

Le prerogative tattico-strategiche dell’impero sono state dettate in maniera precisa e puntuale, agli inizi del XXI secolo, ed è possibile constatare che, in larga misura, siano rimaste invariate, limitandosi a trasformarne il metodo d’applicazione.

Seconda parte

Il Rebuilding America’s Defenses, al di là del politicismo e della retorica vana.

A partire dalla prima decade del Duemila, l’obiettivo imperiale primario statunitense si è attestato quale la preservazione della propria supremazia ed egemonia a livello planetario. Sebbene la pedagogia imperiale degli Stati Uniti racconti questo processo come una missione benevola volta all’esportazione della democrazia e alla difesa dei diritti umani globali, l’obiettivo reale della superpotenza si configura come il consolidamento della propria sicurezza e supremazia geopolitica. In questo contesto si colloca il rapporto Rebuilding America’s Defenses, redatto nel settembre del 2000 dal PNAC, che delinea punto per punto, scenario per scenario, il piano strategico per il mantenimento e l’espansione della Pax Americana, in particolare attraverso una strategia di rafforzamento del potere militare. 

La definizione degli obiettivi strategici viene seguita dalle previsioni di un coinvolgimento materiale in specifiche nazioni e regioni chiave del mondo dove si prevede la necessità di intervenire, stabilizzare o prepararsi a conflitti. Analizzando la politica estera americana dell’ultimo ventennio, è possibile osservare come la dottrina strategica del PNAC sia stata pedissequamente perseguita da ogni amministrazione succedutasi alla Casa Bianca, repubblicani dell’America First compresi. L’istanza di cui Trump si era eletto portavoce e curatore consiste infatti di un sentimento tanto passionale quanto d’impossibile realizzazione, dal momento che un impero non può decidere arbitrariamente di estinguersi o trasformarsi in una tranquilla e innocua nazione. Nonostante sperimenti la cosiddetta fatica imperiale e sogni di ritirarsi per dedicarsi unicamente al proprio benessere economico, scopre ben presto che questo passaggio risulta impossibile. 

Al giorno d’oggi, dopo quasi trent’anni, è possibile affermare che l’agenda del Rebuilding America’s Defenses risulti più attuale che mai in virtù del fatto che l’economia e la sicurezza interna degli Stati Uniti dipendono dall’ordine mondiale istituito da questi ultimi al termine della Seconda Guerra Mondiale e rafforzato al termine della Guerra Fredda. 

Esaminando i teatri di coinvolgimento diretto della superpotenza a livello globale è possibile rintracciare alcune aree prioritarie, identificate nell’Asia orientale e nel Medio Oriente, soprattutto nell’area del Golfo Persico. In particolare si focalizza l’attenzione dell’analisi sugli scenari che potrebbero restituire una chiave di decifrazione degli avvenimenti di recente attualità:

Prima area prioritaria: Golfo Persico e Medio Oriente

Le considerazioni riguardo l’ex Persia costituiscono la sezione più attuale dell’intero documento, dal momento che l’Iran viene reputato, a lungo termine, «una minaccia per gli interessi statunitensi nel Golfo», rendendo essenziale il mantenimento di forze armate americane schierate nella regione. Essendo considerato un regime profondamente ostile all’America, si fa notare come desideri sviluppare forti capacità di deterrenza e si stia affrettando a creare armi nucleari e missili balistici per scoraggiare un potenziale intervento statunitense nelle aree che punta a dominare.  

In un passaggio sui rapporti delle agenzie d’intelligence, in particolare della CIA, il documento diviene una cronaca dei recenti avvenimenti, confermando che Teheran possiede già o sta sviluppando missili in grado di minacciare gli alleati e le truppe americane nell’estero vicino. Infine, oltre alla minaccia di armi di distruzione di massa, l’Iran sta investendo attivamente in tecnologie militari convenzionali per operazioni asimmetriche, tra cui «sottomarini diesel silenziosi, missili balistici tattici, ma soprattutto missili antinave, sia da crociera che lanciati da terra o dal mare, che nel ventunesimo secolo complicheranno notevolmente le operazioni della flotta navale statunitense nelle acque».

Di fronte al concretizzarsi di tali minacce asimmetriche e al presunto, parallelo avanzamento nucleare, tra il 13 e il 24 giugno 2025, il Medio Oriente è stato teatro di un’intensa e rapida campagna militare nota come Guerra dei Dodici Giorni. Di fronte ai rapporti di intelligence che indicavano un imminente raggiungimento della quantità di uranio arricchito necessaria per un ordigno nucleare da parte di Teheran, Israele, affiancato dagli Stati Uniti, ha condotto attacchi aerei mirati di vasta scala. Sono state pesantemente colpite le principali strutture di arricchimento dell’uranio del Paese, in particolare i siti di Natanz e Fordo, quest’ultimo colpito con esplosivi anti-bunker a penetrazione profonda a disposizione unicamente dell’esercito americano, nonché il centro di tecnologia nucleare di Isfahan. Secondo quanto riportato dall’amministrazione americana, i danni strutturali sarebbero stati gravissimi e il programma nucleare iraniano avrebbe subito una battuta d’arresto critica, paralizzando le capacità di arricchimento. Il conflitto si è chiuso con un fragile cessate il fuoco, lasciando tuttavia intatte le tensioni geopolitiche di fondo. 

Il fallimento dei successivi tentativi diplomatici di rinegoziare un accordo sul nucleare infatti, ha portato a un ulteriore deterioramento delle relazioni all’inizio del 2026 e il 28 febbraio le forze statunitensi e israeliane hanno avviato un’altra operazione militare su larga scala nel Paese. Un attacco aereo mirato, una manovra definita dagli apparati americani e dallo stesso Trump di decapitation strike, ha raso al suolo il compound della Guida Suprema a Teheran, uccidendo l’ottantaseienne Ayatollah Ali Khamenei. Insieme alla Guida Suprema, i raid coordinati hanno eliminato gran parte della catena di comando militare e di sicurezza iraniana, tra cui il Segretario del Consiglio di Difesa e i massimi vertici delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

Le vicissitudini persiane si rivelano particolarmente stimolanti ad una possibile analisi, dal momento che mostrano contemporaneamente sia la soluzione di continuità con la dottrina strategica dettata dal PNAC, concretizzatasi con l’ingresso in guerra degli Usa al fianco di Israele nell’estate del 2025 e nell’inverno del 2026, sia il nuovo approccio bellico, più pragmatico e meno dispendioso in termini di risorse umane ed economiche, messo in campo dalla superpotenza americana. Trump, dopo nove giorni di diniego, non può far altro che approvare l’invio dei bombardieri B-2 Spirit equipaggiati con gli esplosivi anti-bunker a penetrazione profonda; tuttavia, allo stesso tempo, risulta evidente come l’intervento americano sia caratterizzato da una profonda e sofisticata precisione tattica, limitando l’azione militare all’incursione aerea ed evitando qualsiasi intervento terreste o, ancor peggio, un’invasione su larga scala, come accaduto spesso nelle campagne militari agli inizi del millennio. Questo nuovo approccio pragmatico della superpotenza non è però esente da rischi, presentando risvolti imprevedibili e potenzialmente distruttivi. La cronaca recente è monopolizzata dall’impasse in cui gli Stati Uniti si sono trovati: come si è detto, il raid aereo di precisione del 28 febbraio scorso ha avuto successo nell’eliminare la leadership iraniana, ma il mancato intervento sul campo da parte statunitense non ha permesso il conseguimento degli obiettivi strategici del conflitto, primi fra tutti il cosiddetto regime change e la distruzione delle riserve di uranio arricchito ancora in possesso dell’Iran. Gli americani dunque si trovano bloccati in una guerra che non hanno alcuna intenzione di combattere.

Seconda area prioritaria: Asia orientale

Il rapporto è eloquente: gli Stati Uniti non potranno contenere una sfida cinese alla propria leadership se la presenza militare e le garanzie di sicurezza americane nel Sud-est asiatico rimarranno deboli o intermittenti. Proprio in quest’area, infatti, la Cina ha storicamente grandi interessi e sta aumentando gradualmente la sua presenza e le sue operazioni per riconquistare influenza. I pianificatori del Pentagono, tra i nuovi scenari bellici, ipotizzano un intervento americano, a carattere prevalentemente militare, per difendere Taiwan da un’invasione cinese. La consapevolezza della minaccia crescente annunciata dal PNAC, ha spinto Washington a tradurre le pianificazioni militari in una rinnovata e aperta dottrina strategica a lungo termine, così per la prima volta dal 1990, il documento programmatico National Security Strategy (NSS) del 2017, all’interno della strategia per la regione, riafferma l’impegno statunitense nella difesa di Taiwan e nel rispetto del Taiwan Relations Act, delineando un ruolo strategico attivo per l’isola nella competizione con una Cina percepita come sempre più assertiva e revisionista. L’amministrazione americana, ancora negli ultimi anni, ha ridefinito l’approccio alla difesa di Taiwan, spostando il fulcro dalla tradizionale sicurezza militare territoriale a una strategia incentrata sulla deterrenza economica e tecnologica, unita a una forte spinta verso l’autosufficienza militare dell’isola.

Dal punto di vista prettamente militare, l’isola non è coperta da un trattato di difesa formale con gli Stati Uniti, ma, nonostante ciò, tra il 2019 e il 2020, gli Stati Uniti hanno ufficialmente approvato una serie di importanti pacchetti per la vendita di armamenti a Taiwan. Queste forniture militari comprendono equipaggiamenti tecnologicamente avanzati, tra cui i missili antinave Harpoon, fondamentali per la difesa marittima, i sistemi missilistici terra-aria Patriot per la difesa aerea, i sofisticati droni MQ-9 Reaper per la sorveglianza, e ulteriori tecnologie mirate a ottimizzare il controllo e la sicurezza delle coste dell’isola.

L’amministrazione Trump ha mantenuto, rendendola per certi versi più opaca, la storica politica di ambiguità strategica. La retorica presidenziale ha infatti mostrato una marcata cautela pubblica riguardo a un intervento militare diretto in caso di invasione cinese, lasciando percepire che il supporto statunitense sia subordinato a valutazioni puramente transazionali e di costo-beneficio. Per compensare questa mancanza di garanzie esplicite, Washington ha esercitato forti pressioni su Taipei affinché aumenti in modo massiccio la spesa per la difesa e acceleri l’acquisizione di capacità asimmetriche, rendendo così l’isola maggiormente in grado di provvedere in autonomia alla propria sopravvivenza.

Il cambiamento di paradigma di Washington diviene evidente dall’assenza del tema Taiwan all’interno della National Defense Strategy (NDS) del 2026, un forte segnale che l’attenzione si sia spostata dalla sicurezza militare a quella economica. La difesa dell’isola passa oggi principalmente attraverso la cosiddetta deterrenza integrata. Il 15 gennaio 2026, Washington e Taipei hanno firmato il Silicon Pact, un accordo commerciale e strategico volto a creare una vera e propria simbiosi industriale. Tramite un sistema di dazi agevolati e colossali investimenti, che possono toccare i 500 miliardi di dollari, si tenta di portare la produzione avanzata di semiconduttori da Taiwan al suolo americano, in questo modo gli Stati Uniti cercano di blindare le proprie catene di approvvigionamento.

Ancora una volta l’amministrazione americana, a prescindere dal colore politico, segue le indicazioni dettate dal PNAC al fine di garantire la prosecuzione della Pax Americana, tuttavia il metodo d’approccio è strategicamente differente. Se da un lato l’aiuto militare cinetico appare meno certo, dall’altro la forza di questa nuova tattica economicistica fa coincidere la difesa dei confini di Taiwan col primato tecnologico e la sicurezza nazionale americana stessa.

In sintesi, analizzando le previsioni degli strateghi neoconservatori di inizio millennio e al contempo osservando la postura internazionale degli Stati Uniti, si può affermare che spinta sia dal malumore e dalla stanchezza dell’opinione pubblica interna sia dalle crescenti capacità belliche dei competitor internazionali, la strategia geopolitica statunitense è in piena trasformazione. Un mutamento che si riflette inesorabilmente sulla narrazione che il Paese fa di sé agli altri, dove l’apparente benevolenza e l’originaria missione messianica di redimere il mondo, cedono progressivamente il passo a disilluso cinismo e all’opportunismo economico-militare. Eppure anche se più triste, più solo e più stanco, l’impero non va in pensione

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