Il summit NATO che si terrà ad Ankara il 7-8 luglio 2026 non è un appuntamento di ordinaria amministrazione. Si svolge in un momento in cui l’Alleanza Atlantica deve misurarsi simultaneamente con tre pressioni convergenti: il progressivo disimpegno militare statunitense dal teatro europeo; la guerra in Ucraina ormai giunta al quarto anno e la concretezza crescente di uno scenario di confronto diretto tra NATO e Russia entro la fine del decennio.
Non a caso è estato definito da più osservatori il banco di prova della cosiddetta “NATO 3.0”, un’etichetta che riflette anche il lavoro preparatorio condotto dai ministri degli Esteri alleati nelle settimane precedenti il summit per allineare le posizioni su burden-sharing e sostegno a Kiev. Il presente contributo intende leggere Ankara attraverso questi tre assi, per valutare se l’Alleanza saprà trasformare la pressione in coesione, o se le fratture interne prevarranno.
La NATO senza ombrello: il disimpegno americano e il riposizionamento europeo
Negli ultimi mesi Washington ha avviato una riduzione significativa degli asset militari schierati in Europa, con tagli ad aerei da caccia, navi da guerra e sommergibili earmarked per le operazioni NATO, in quella che il RUSI ha descritto come un riposizionamento strutturale e non episodico della postura americana sul continente. L’erosione dell’ombrello americano impone agli alleati europei una ridefinizione del proprio ruolo nell’Alleanza che va ben oltre il semplice incremento delle spese per la difesa, e che investe dimensioni – logistiche, industriali, nucleari – strutturalmente difficili da sostituire nel breve periodo. Diversi osservatori, tra cui l’ISPI, ne traggono la conclusione che l’Europa sia ormai chiamata a difendersi in misura crescente con risorse proprie, senza poter contare sull’automatismo della garanzia statunitense – tanto più che, nello stesso lessico che filtra da Washington, il tradizionale burden-sharing starebbe lasciando spazio al burden-shifting, un cambio di postura che rende la transizione meno prevedibile per gli alleati europei.
In questo contesto la Germania emerge come perno del fianco orientale: il proprio “Operationsplan Deutschland”, predisposto dal comando interforze della Bundeswehr per coordinare mobilitazione territoriale e logistica in caso di crisi, ne segnala l’ambizione a fungere da hub logistico e di comando per l’intero fianco est. Resta aperto, tuttavia, il nodo istituzionale: l’Atlantic Council ha osservato come allo stato attuale, la clausola di mutua difesa dell’Unione europea (art. 42.7 TUE) non possa sostituire la garanzia dell’articolo 5 della NATO per limiti di credibilità operativa e di integrazione dei comandi, rendendo prematuro ogni discorso su un’autonomia strategica europea piena. La domanda di fondo resta dunque aperta: l’architettura di difesa europea, ancora frammentata su dottrine, catene di comando e capacità industriali, è in grado di reggere una deterrenza credibile senza la garanzia automatica americana?
L’Ucraina e la fine dell’ordine post-guerra fredda
La guerra in Ucraina ha rappresentato, più di ogni altro evento, la cesura definitiva rispetto all’ordine di sicurezza costruito dopo il 1991: una trasformazione strutturale che va ben oltre l’esito militare sul terreno, investendo dottrine, alleanze e percezioni della minaccia. Quattro anni di logoramento hanno inoltre prodotto una progressiva erosione delle capacità convenzionali russe, ma anche un adattamento dottrinale e industriale che la NATO non può sottovalutare nella pianificazione di lungo periodo. Sul piano del sostegno politico, la visita del Consiglio Nord Atlantico a Kiev nel giugno 2026 e la dichiarazione congiunta dei leader del formato E3 – Francia, Regno Unito e Germania – con il presidente Zelensky hanno ribadito la continuità dell’impegno occidentale a sostenere Kiev fino a una pace giusta e duratura, pur senza sciogliere i nodi sui meccanismi di finanziamento e sulle garanzie di sicurezza post-conflitto.
A complicare il quadro intervengono alcuni episodi limite, che mostrano quanto sia sottile il confine tra sostegno a Kiev e coinvolgimento diretto del territorio alleato: l’abbattimento di un drone russo in territorio rumeno nei pressi di Galați ha riaperto il dibattito sulle regole d’ingaggio lungo il fianco sud-orientale. Le tensioni si estendono anche alla dimensione operativa: gli strike ucraini condotti in profondità nel territorio russo hanno creato frizioni con diversi alleati, preoccupati per i rischi di escalation legati a operazioni non formalmente coordinate con la NATO.
Sullo sfondo si delinea un paradosso più ampio, segnalato da Chatham House, per cui un cessate il fuoco negoziato in condizioni sfavorevoli per Kiev rischierebbe di consolidare i guadagni territoriali russi e indebolire, paradossalmente, la sicurezza europea nel medio periodo. Su questo nodo, più che su qualsiasi altro si misurerà ad Ankara la capacità della NATO di conciliare l’urgenza diplomatica con la tenuta strategica di lungo periodo.
Conflitto NATO-Russi entro il 2030? Scenari e segnali d’allarme
La possibilità di un confronto diretto tra NATO e Russia entro il 2030 non appartiene più soltanto all’analisi strategica accademica: è al centro di un dibattito sempre più esplicito tra gli analisti della deterrenza. Wallander, su Foreign Affairs, sostiene che il progressivo ritiro di forze convenzionali statunitensi dal continente – inclusa la cancellazione del battaglione di attacco di precisione a lungo raggio destinato alla Germania – stia erodendo la cosiddetta escalation dominance della NATO, ovvero la capacità di rispondere a ogni livello dell’aggressione russa senza dover ricorrere all’opzione nucleare. Sul piano delle capacità, Kofman descrive una Russia che, pur indebolita sul piano convenzionale dal conflitto ucraino, sta ricostruendo rapidamente capacità chiave attorno a droni, guerra elettronica e mobilitazione industriale, ridefinendo così la “prossima minaccia” per l’Alleanza.
Il fianco baltico resta l’epicentro del rischio: il CEPA propone di trasformare la vulnerabilità geografica dei paesi baltici in un punto di forza attraverso difese a stati e mobilità militare rafforzata, mentre GLOBSEC, nel suo rapporto sulle priorità di difesa aerea e missilistica fino al 2030, indica lacune persistenti nella copertura integrata del fianco est e la necessità di investimenti coordinati in sistemi a corto, medio e lungo raggio per colmarle entro la fine del decennio. Su scala più ampia, l’allargamento informale del formato Bucharest Nine ad altri alleati di prima linea segnala uno spostamento del baricentro securitario europeo verso l’asse nord–orientale, con implicazioni dirette sulla pianificazione di crisi NATO.
Sul piano dottrinale, la NATO Defense College osserva come la leadership russa concepisca ormai il confronto con l’Occidente come un continuum permanente, più che come un’eventualità binaria di guerra o pace, un quadro concettuale che complica la stessa nozione di deterrenza convenzionale su cui la NATO ha storicamente fondato la propria dottrina. La domanda che attraversa questo capitolo è se la NATO, già impegnata a colmare i vuoti lasciati dal disimpegno americano e a gestire le tensioni sull’Ucraina, disponga oggi della deterrenza integrata necessaria a scoraggiare un simile scenario.
I tre assi qui ricostruiti – disimpegno americano, guerra in Ucraina e rischio di un confronto diretto con la Russia entro il 2030 – non sono percorsi paralleli, ma si intrecciano e si rafforzano a vicenda. Ankara sarà il luogo in cui si misurerà la capacità della NATO di rispondere a questa pressione composita con un approccio condiviso, oppure di lasciare che le fratture interne — tra alleati più esposti sul fianco est e alleati più prudenti, tra chi preme per un riarmo accelerato e chi teme l’escalation — prevalgano sulla coesione. Più realisticamente, potrebbe delinearsi uno scenario meno netto: un pragmatico partenariato di convenienza, capace di reggere pur senza sciogliere le tensioni di fondo. Le variabili decisive che usciranno dal summit riguarderanno la credibilità degli impegni di spesa, la solidità delle nuove strutture di comando europee e la capacità dell’Alleanza di tradurre la retorica della deterrenza in capacità operative effettive entro la finestra di rischio individuata dagli analisti. Sarà infatti l’esecuzione, più che la dichiarazione di intenti, a stabilire se questo summit segnerà davvero una discontinuità nella storia dell’Alleanza, o se si limiterà ad aggiungersi alla lunga sequenza di vertici ricordati più per le promesse che per i risultati.

